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  Editoriale

Dalla Introduzione
del saggio "Poesia Lingua dell'Anima"

Questo secondo editoriale ribadisce i nostri intenti, quindi vi si troveranno diverse parti già lette in quello del Gennaio 2004. Ma include anche qualche altro obiettivo. Si tratta infatti dell'introduzione quasi integrale di un mio saggio, che ha avuto il suo canovaccio negli interventi teorici e nei commenti dei testi che pervennero durante la precedente attività su questo e su un altro sito della "rete". E il saggio è un completamento, o approfondimento, delle idee proposte in passato, che ho potuto riorganizzare grazie a ulteriori incontri di lettura. In particolare questa introduzione si è ri-sostanziata grazie all'incontro con Antonio Prete, filologo e poeta, critico e professore universitario di Letterature comparate (vedi la relativa pagina di Teoria letteraria). La lettura e l'ascolto di Antonio Prete, lettura e ascolto di poesie e pensieri, sono stati la scoperta di una condivisione non semplicemente autorevole ma promettente un oltrelimite teorico della poesia, più vasto e avvincente di molti fra quelli scientifici ed ermeneutici che conoscessi prima. Sono stati la scoperta di un orizzonte prossimo al mio, sebbene mi sia del tutto chiaro che la motivazione della sua "passione critica" è diversa dalla mia "confessione" spirituale della letteratura (chi vuole, può appurarlo dagli stralci di due lettere). Dunque gli obiettivi in più di questo editoriale sarebbero: tratteggiare una radice filologica degli intenti di emèresi, implicandovi il pensiero di Prete, e sostenere quella che ho chiamato la nostra (di emèresi) confessione sulla "soglia" quasi filosofica di una sua intuizione.

 

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dall'introduzione di "Poesia Lingua dell'Anima"

 

Il diritto di parola

 

In materia di letteratura, come in tutto ciò che non è aspetto tangibile della realtà, non c'è mai stata univocità di pensiero e le ipotesi e le concezioni si sono susseguite alternando interpretazioni assai diverse. L'indagine sulla natura della poesia nasce con la stessa filosofia, con la riflessione sistematica sui valori del bello e della parola, e non si è compiuta nemmeno con lo strutturalismo, l'ermeneutica moderna e il decostruzionismo. Il dibattito, che non sempre è stato pacato ed è diventato a volte una pedante guerra di posizioni ideologiche, ha paradossalmente accentuato la consapevolezza della enigmaticità del fenomeno letterario. Uno scienziato della lingua poetica, Roman Jakobson, intorno alla sua stessa scienza si era posto interrogativi come questi (Grammatica della poesia e poesia della grammatica, 1968): «E' realmente analizzabile il significato dei concetti grammaticali, o forse ad essi si associano alcuni probabili presupposti subliminali? In quale misura il pensiero scientifico può superare la pressione dei modelli grammaticali?»


Personalmente, nell'esercizio della scrittura poetica e anche come lettore non occasionale, anzi piuttosto coinvolto, ho provato e provo impressioni mentali e stati d'animo che hanno assai poco riscontro in molte delle tesi di filosofi e studiosi e devono poche gratitudini verso le spiegazioni retoriche e contenutistiche di critici e commentatori. Cause ed effetti di poesia in me hanno sofferto spesso una sorta di prigionia, stato di incomprensione, talvolta irritazione, rispetto alle motivazioni e agli scopi attribuiti all'arte dai "professori", e dalla conseguente convinzione comune, l'impossibilità di condividere i motivi della partecipazione a un testo oppure dell'indifferenza o del rigetto. Nel frattempo ero invitato a tacere: si doveva essere poeta senza concetti, per evitare lo zelo dei neofiti e non avendo la "qualifica" opportuna. Queste erano infatti le raccomandazioni degli amici che "officinavano" nella materia letteraria, approfondita in curricoli di studi "regolari" o nell'esperienza dei "mestieri" accademici e critici ufficiali, durante l'acme della dissertazione specialistica sull'ermeneutica. Ma indagando anch'io privatamente, le cose che ho apprezzato di più sono state proprio i dubbi o le esitazioni conclusive di coloro che hanno affrontato il tema, oltre che con talento e competenza, con acutezza sottile. Perciò di tale enigma, sebbene con limitata erudizione, ora mi sembra legittimo aggiungere in questo saggio una visione. Da qualche tempo, per effetto dell'abuso mercantile e dietro la deriva dell'ordinamento culturale generale, la polverizzazione e la disseminazione globale delle scritture, da un fronte, e la perdita del potenziale verbale, su un fronte opposto, stanno allarmando e perciò anche richiamando un poco di attenzione verso l'esperienza letteraria vissuta, come dire, un'esperienza intrinseca e non solo canonica. Scrive Antonio Prete (Sulla critica, nel suo libro: "Sottovento" critica e scrittura, 2001): «La cultura romantica aveva tentato vie diverse ... Teoria e scrittura, interpretazione delle opere e meditazione sui processi creativi, analisi delle forme e invenzione stilistica si illuminavano a vicenda. Tracce di quella disposizione interrogativa -allo stesso tempo filosofica e poetica, concentrata sull'oggetto e insieme presa dalle domande che riguardano la natura dell'arte e la natura del linguaggio- si possono trovare nella forma dell'essai, nella critica dei poeti, nella critica dei lettori. Ora che la centralità del metodo, o la sua assolutizzazione, sono rivendicazioni desuete e polverose, è forse possibile ritrovare qualche frammento di quella romantica libertà interpretativa. Di quella libertà che a lungo la "critica dei professori" -la definizione è desanctisiana- ha scambiato per impressione, togliendo all'impressione stessa il valore d'esperienza profonda.»


Come il titolo annuncia, la mia tesi è spiritualistica e perciò ha radici antiche, le quali però probabilmente non hanno fruttificato a sufficienza e verso tutte le direzioni del cielo umano. Forse al tronco dell'albero mancava qualche forza di linfa che irrorasse i rami della razionalità col sentimento dell'origine divina. O forse era necessario che passassimo, non tanto nella cronologia esatta della storia ma nel risultato di tutto ciò che è stato, dalla dimenticanza alla ragione pura, perché il tempo della coscienza maturasse e oggi ricominciassimo a cercare, da embrionali presupposti di identità e libertà, nelle cose dello spirito occultate così a lungo.


Svolgendo questo lavoro ho voluto che i risultati elaborati dal pensiero, mio ed entro il campo di alcune altre conoscenze, fossero sempre accompagnati dal sentire, dall'esperienza interiore di poesia, e non mi sono fermato nei concetti finché insieme non è stato soddisfatto il sentimento, come un controsenso, il sentimento delle ragioni. Ma qui non vanto, beninteso, la scoperta di alcuna legge esatta né penso di erigere monumenti teorici che fissino tutto quel che c'è da dire. Credo invece che la verità non provenga da nessuna scienza in sé, da nessuna filosofia in sé, da nessun "ismo" e da nessuna "logìa", bensì che scaturisca dal buon uso di tutti gli strumenti nell'atteggiamento verso la vita, che si esercita nella relazione con la realtà ma è svolta nell'essere e lì ne acquista il senso.

 

Con quale intento

 

Nel vasto e complicato panorama delle idee occidentali moderne, non ho trovato una vera e propria anteriorità a ciò che intendo esporre. Fra le teorie della critica letteraria si potrebbe avvistare una vicinanza di presupposti con la moderna "stilistica" di Leo Spitzer, laddove le "spie" dello stile sono accostate ai "movimenti interiori" e all'identità spirituale dell'autore. Ma quella identità non è più che un carattere, un tratto distintivo, non una essenza vivente che si rivela dalla sua propria dimensione trascendente. Quest'altra interpretazione dell'interiorità, sorgente delle motivazioni dell'arte e che avvolge di sé anche gli argomenti esteriori, si trova nelle concezioni di Arturo Onofri (Nuovo Rinascimento come arte dell'Io, 1925), che si richiama indietro nel tempo a Novalis e nella sua contemporaneità all'antroposofia di Rudolf Steiner. Egli esprime una visione evolutiva e cosmica dello spirito umano, che si estrinseca nella creatività artistica e procede da un antico stato non cosciente di una spiritualità indistintamente collettiva verso la coscienza di una identità spirituale individuale, edificando così il cristico Io cosmico di ogni uomo. Con diversi punti di contatto sul significato evolutivo dei fatti spirituali e sull'origine sovrarazionale della parola poetica, la prospettiva della quasi impetuosa trattazione di Onofri non è però in tutto conforme al mio pensiero e non guarda agli aspetti che costituiscono la specificità del presente discorso. La "volontaria concentrazione" a cui dovrebbe attendere l'artista per ispirarsi, mediando così dal proprio spirito ciò che nel mondo spirituale esiste in forme d'arte, è in particolare un'idea che diverge da quella che io mi sono fatto sulla spontaneità dell'impulso artistico e sulla conseguente tensione alla formalizzazione.


L'inconscio "disvelamento spirituale" nell'arte e un carattere di "annuncio profetico" della poesia erano invece già fra gli argomenti dell'imponente lezione esoterica di Steiner (cfr. gli scritti raccolti in "Arte e conoscenza dell'arte" e "La missione universale dell'arte"). Tuttavia anche quella versione dell'espressione poetica passa per l'idea che con essa si dia "forma alla prosa" e che con la forma si plasmi «ulteriormente quel che anche così darebbe il senso che vi si vuol collegare.» Alle considerazioni e alle conclusioni di Steiner ho dedicato un breve lavoro separato in Appendice. Adesso in definitiva voglio osservare che l'orizzonte a parer mio più propriamente spiritualistico tracciato all'inizio del novecento è stato segnato da un'opinione classica e stereotipa circa la funzione artistica della forma. Dopo di che, quando la forma è stata nuovamente fatta oggetto dell'indagine scientifica, quello stesso orizzonte è stato ripercorso molto poco e poco modernamente. La riflessione sembra essersi interdetta il rapporto fra la spiritualità e le scienze e gli studi immanenti, in questo caso intendo dire quelli semiologici o, con aggettivo tradizionale, formali. Questi invece, in certi risultati essenziali, oltre i quali l'immanenza resta aperta all'incertezza, possono concorrere a trovare una chiave di volta anche per una spiegazione spirituale delle cose. Steiner non aveva a disposizione gli argomenti e i risultati maturi di quegli studi, successivi, ma non mi risulta che il movimento antroposofico abbia in seguito contestualizzato le conoscenze veggenti del fondatore e i punti di vista delle teorie moderne, sebbene la stessa antroposofia steineriana ammonisse contro l'unilateralità.


Quello che qui si vuole fare, invece, è avvicinare un "concepimento" della spiritualità operante nell'arte cercando di utilizzare proprio conquiste e limiti del pensiero razionalista del nostro tempo. Perciò il convincimento a cui sono pervenuto, che nella poesia l'Anima si dichiara e profetizza, è raccontato attraverso il confronto con le idee che hanno dominato e ancora dominano, nonostante qualche opportuna rivisitazione, la scena della critica moderna. Ovvero in queste pagine intendo rinnovare una visione spirituale e di "critica animica" dell'arte letteraria, o lettura dell'Anima nell'arte letteraria, ripartendo dalle tesi scientifiche recenti, dove però questa opzione iniziale, in particolare della semiologia, vorrebbe costituire un superamento, un'evoluzione di essa. Come si sa, o si dovrebbe sapere, il pensiero razionale e la sua scienza sono tanto proficui quanto non rappresentano l'annuncio dell'ultima verità. La scienza è figlia della filosofia, da questa allevata per aiutarsi a chiarire gli "orizzonti" della realtà, che non fosse fissità ma divenire. Tuttavia la figlia somiglia alla madre, ha preteso l'autonomia e si è accasata in un "pensiero" che ne fa la testimone di certezze, rinnegando così il "dubbio" nel quale fu cullata e sedendo sul trono del "fondamento". Allora non c'è più alcun divenire, perché non ci sono né dubbio né ipotesi né fede, non ci sono né pensiero né coscienza e possiamo solo attendere la morte, la fine di tutto e il nulla, peraltro senza aver mai saputo il responso conclusivo della scienza. Perciò non siamo orfani soltanto dell'essenza "inverificabile", siamo anche privi di un divenire "dubitabile". Non mi chiedo se tutto ciò sia "vero", perché questo "tramonto" del pensiero la filosofia lo avverte, lo ha percorso. Piuttosto chiedo: come mai non tramonta l'esistenza? Vi è forse da ricominciare da capo, da quel razionalismo antico che, allontanando la "poetica" del Mito, pose l'idea del Sapere innegabile e inaugurò tutte le antilogie? Poiché sarebbe inutile, dal momento che ripercorreremmo la stessa strada, dovremmo almeno annettere alle pagine della conoscenza, e dialogarci, anche altre esperienze e altri linguaggi.

 

La critica contemporanea

 

Nella formulazione della mia tesi, la via di ritornare soprattutto al confronto con la scienza linguistica è fondata, oltre che sul motivo appena detto, su altre due ragioni correlate. Una è che, stante la grande complessità del più generale panorama teorico, non si può che scomporlo nelle parti che formino i contorni di riferimento più utili al proprio discorso. Ciò avviene senza dimenticare, e anzi premettendo, che fra quei perimetri vi sono movimenti, relazioni, punti di incontro e, in definitiva, motivi per alcune sintesi migliori della partizione che si è resa necessaria. E' il caso, per fare un esempio attuale e italiano, del pensiero di Prete (nel compendio citato), dove la conoscenza dei tanti "metodi" si coglie come approdo a una "lettura" che li depone e a una "critica" che li costeggia senza schieramenti, nell'azzardo delle risposte di "senso" alle impressioni interiori. Ma forse lì quel frutto viene colto perché il "professore" è anche un poeta, che ha filtrato le lezioni migliori delle esegesi, da quella antica a quella romantica a quelle in contesa dei nostri tempi, e dal suo osservatorio di scrittore e di interprete può dire: «... a me pare, con buona pace delle scuole critiche, delle polemiche accademiche, delle imprese editoriali enciclopediche, a me pare che la critica letteraria più interessante, più viva, sia stata quella degli scrittori, e non dei critici. ... Forse perché c'è più libertà, e dunque più rischio, in chi legge per sé e non per l'ordine astratto della disciplina o della storia letteraria. E perché lo scrittore abita la lingua, la lingua è il suo paese ... Per un poeta, per uno scrittore, la lettura di George, o di Rilke, o di qualsiasi altro poeta, è anzitutto un'esperienza della propria vita, ha l'intensità di un evento forte, decisivo. Perché questo non deve avvenire anche per l'interprete?» E ancora: «A parte la mia predilezione per la critica cosiddetta formalistica, e per la filologia in genere, più che per la critica letteraria così com'è stata praticata dalla tradizione storicistica italiana (crociana, postcrociana, marxista, postmarxista), penso che ogni analisi formale ha, nel suo percorso, anche se non resa esplicita, la storia di una relazione col testo, di un'esperienza del testo che è insieme passione e interpretazione, conoscenza microfisica delle strutture e interrogazione. Tutte le più serie e non scolastiche letture formalistiche dei testi letterari hanno una dose straordinaria di pathos, persino una metafisica della lingua, un senso davvero etimologico della filologia, un amore della lingua che diventa reinvenzione del testo ...».


Comunque sia, resta il fatto che nemmeno sintesi così dense di esperienza viva soddisfano tutte le clausole del discorso che voglio portare avanti come "ulteriore" ermeneutica, verso la quale il testo letterario stesso spinge con la sua forza, per l'appunto, dopo la sosta della lettura negli spazi di "indecidibilità del senso". In secondo luogo, qualunque cosa debba farsi con il testo artistico, fra quelle indicate dall'intero contesto delle posizioni, la caratteristica eminente a esso riconosciuta è di essere artistico nel linguaggio, anche quando viene sostenuto che il giudizio estetico è secondario. Hans George Gadamer, che già aveva visto nell'ermeneutica la "filosofia" di ogni settore dell'esperienza umana e non solo una "tecnica" di interpretazione dei testi, infine stigmatizzava (L'attualità del bello, 1977): «La poesia non ci sta dinanzi come qualcosa tramite cui qualcuno vorrebbe dire qualcosa. ... Svincolata da ogni intenzione è parola e pienamente parola!». A me sembra che, in realtà, anche le concezioni orientate alla ricerca del senso nella "reviviscenza" dei temi e delle motivazioni, intrecciati inesorabilmente con ritmi e suoni, presumano nell'oggetto letterario una forma, sebbene molto specifica, di comunicazione. Lo stesso "dover decidere" evoca il clima drammatico di un rischio: quello dell'errore rispetto a una diversa intenzione, a un diverso messaggio dell'autore. Ora, il mio rapporto critico con la linguistica riguarda gli argomenti che le pertengono precipuamente: il linguaggio del testo artistico e se questo sia oppure no una forma di comunicazione. In tale critica è perciò lateralmente implicita, ancora con un obiettivo integrativo o progressivo, anche quella alle ermeneutiche tematiche e motivazionali. E d'altra parte, la discussione sul relativismo storico e funzionale del testo ha già messo queste tesi nelle condizioni di opinarsi fra loro a quali contenuti sia corretto fare riferimento.


Di nuovo da Antonio Prete (stesso volume, in un intervento del 1994): «I conflitti tra le diverse regioni dell'ermeneutica hanno nella questione del senso la ragione del loro contendere. La donazione di senso, la lotta contro il fraintendimento, la decisione dell'interprete sul senso, la trasposizione del circolo ermeneutico nella relazione domanda-risposta-domanda, incontrano un limite: la difficoltà del passaggio dal senso del testo, che suppone una comprensione linguistica del mondo, al senso dell'essere, il cui fondamento non è riducibile all'atto linguistico, e si sottrae ad ogni analitica. Il gadameriano essere per il testo sarà sempre in scarto con l'heideggeriano essere per la morte.» A me sembra che questo "scarto" abbia a che fare con un "vuoto", quello della radice soggettivistica (individualistica) di un certo tipo di comprensione (interpretazione), allorché il "cogito ergo sum" di Cartesio non sia la coscienza di un "io" transeunte verso la meta di una realtà onnicomprensiva ma affermi la sola assoluta e conclusiva antecedenza dell'essere individuale rispetto a ogni idea della e sulla realtà, degli e sugli enti "altri" da me. Ma l'Altro, secondo la riflessione di Emmanuel Lèvinas, non è prima oggetto di comprensione e poi interlocutore, è bensì accolto per virtù d'amore nel "volto" che ci interloquisce prima di comprenderlo. La comprensione in fondo è maschera dell'indifferenza, di una riduzione a sé, un'assimilazione a sé, non è il vero "riconoscimento" dell'Altro. Ebbene, tra due "finiti" così apparentemente irriducibili, io e l'altro, penso che "la più profonda interlocuzione dell'altro in me" possa ridurre il vuoto e avvicinare al "senso non finito dell'essere". Non si tratta perciò di "com-prendere" (prendere a sé) quanto di "realizzare" (rendere reale) l'altro insieme con sé, come ci si può pensare reali soltanto insieme con il mondo. E però non secondo l'intendimento di Gadamer per "accasarsi", per sentire la "prossimità" del mondo in un "adattamento" tra due finiti che siamo io e il mondo, ma per sentire la prossimità della non finitudine di me col mondo. Nell'atto letterario, si tratta di fondere da parte dell'interprete la personale "realizzazione linguistica dell'essere" alla realizzazione linguistica dell'essere situata nel testo dell'altro. Ciò può accadere nonostante l'apparente distanza dell'atto dal fondamento, se "essere per il testo" (Gadamer) implica non soltanto la "cura" dell'altro nella soggettivistica com-prensione di un "essere per la morte" (Heidegger), ma la responsabilità di "essere per l'altro" (Lèvinas). L'autorealizzazione del testo artistico definita da Gadamer è una "autosufficienza" che distanzia, esclude l'atto di una realizzazione umana nel testo e distanzia in due finitudini separate scrittore e interprete (o lettore), le distanzia e ne traccia un rapporto sterile, che non riunisce i soggetti e le loro scritture (le loro identità), che vige solo entro la "finita" autorealizzazione dell'oggetto. Tant'è che dice (ibidem): «Autorealizzazione significa infatti non rinviare più ad altre istanze.» Non è questa la vibrante autonomia dell'arte. Non è questo il suo contributo alla verità e alla trascendenza. L'autonomia è la conquista dell'individualità nel suo superamento, che colloca l'essere in un luogo comune a tutti, in una essenza comune a tutti gli enti del mondo che approssima la trascendenza. Questa è per me la "prossimità" resa dall'arte, quella alla vera natura umana, non finita, che l'isolamento della sola razionalità non può avvertire. Nell'atto letterario il poeta, che "abita la lingua", abita appunto entro qualcosa (suono e semiosi) che supera la sua individualità e la trascende a un "essere non finito", è in parte di egli stesso e in parte degli altri uomini, individualmente e collettivamente, non per convenzione ma per interminabile invenzione.


E' in tale modo che io penso alla passione interrogativa e affermativa dell'interpretazione e sull'interpretazione, per la quale Prete (stesso volume) prima parlava di esperienza critica come esperienza dell'alterità e di alterità come esperienza del "limite", di «esilio dal senso pieno, dalla compiuta comprensione», mentre nel saggio più recente addiviene a questo intendere: «L'altro -la sua opacità, la sua differenza, la sua lontananza- è l'isola che si mostra come meta della navigazione intrapresa dall'interprete. Dinanzi alla sua presenza sono possibili tutte le forme che la storia dell'esotismo ha sperimentato: passiva fascinazione del diverso, annessione dell'altro nel territorio intatto delle proprie conoscenze, esplorazione sensitiva e aromatica dell'ignoto che però conferma il soggetto nella propria forte, o pretesa, identità, relazione d'equilibrio che fa della conoscenza dell'altro l'occasione di un confronto. E tuttavia, più che l'analogia antropologica, è l'analogia amorosa che nel rapporto testo-interprete si può invocare: accogliere l'altro senza svuotare di senso o attenuare la sua energia e identità, raccontare l'esperienza dell'altro senza che la propria identità -di stile, di timbro- venga spenta. ... La relazione col testo ha caratteri, tempi e modi propri: il vivente è sì nel linguaggio ma in absentia, appunto secondo quella presenza che è propria di ciò che rappresenta, di ciò che dà, in finzione, presenza. Corpo, e vita, dislocati nel linguaggio.» A questa dichiarazione obietto solo che nella poesia quella presenza non rappresenta bensì "manifesta", e quindi ciò che dà presenza non la dà in finzione ma in vero e proprio "pronunciamento". E tale è il senso della mia critica ai limiti (talvolta contraddizioni) che la critica nel disagio teorico (talvolta ideologico) si è posta.

 

La manifestazione spirituale

 

Dunque, nel secolo passato, le esegesi basate sulla ricostruzione del senso si giovavano di nuove visuali, psicologiche, sociologiche e filosofiche, ma rimanevano sostanzialmente ancorate alla disamina dei "messaggi" espliciti o possibili (del testo) e delle "implicazioni" ragionevoli o probabili (della lettura). Invece il contributo della linguistica strutturale (o delle applicazioni semiologiche o semiotiche, qui per intenderci è inutile sottilizzare) mostrò che si può considerare l'opera letteraria in modo indipendente dai suoi contenuti, etici, morali, sociali, ma non perché quelli vadano trascurati, bensì perché un senso intrinseco dell'arte sta nella sua capacità di significazione. Quindi l'opera andrebbe apprezzata nel modo di significare le cose e non per l'importanza delle cose che significa, e può essere analizzata nei "segni" che realizzano la significazione. Scriveva Jurij Lotman (La struttura del testo poetico, 1970): «L'affermazione che lo studio strutturale-semiotico della letteratura allontana dal problema del contenuto, del significato, del valore etico sociale dell'arte e dei suoi legami con la realtà, è fondata sull'incomprensione. … Allontanarsi dal significato non può essere il risultato di quel metodo che pone al centro la ricerca del problema stesso della semiosi.» E' il tema della significazione insomma, o dell'Homo significans secondo il suo statuto antropologico, che incita al lavoro il maggiore movimento di indagine letteraria del novecento. E' la questione dell'innato bisogno umano di dare significato alle cose e di comunicarlo attraverso segni, dove ovviamente nell'arte letteraria si tratterebbe di iper-significati comunicati attraverso iper-segni, innestati fra le parole, la grammatica e la struttura. Tuttavia ci si può domandare: perché l'uomo avrebbe bisogno di esprimere significati più lati e più profondi di quelli che egli stesso non abbia già inserito nella lingua naturale da lui creata? Allora la replica di Lotman agli oppositori, appena riferita, è giusta rispetto all'obiezione che l'analisi formale si allontani dal problema del contenuto e del significato, ma bisogna approfondire di "quale contenuto" si vuol parlare e con "quale realtà" si creda che abbia legami.


Dal canto mio, avanzo queste prime osservazioni. Per la semiologia, la significazione implica un processo di comunicazione. Quindi essa coprirebbe tutto il senso formale dell'arte se tutta la natura di questa fosse comunicazione. Ma c'è qualcosa d'altro nell'attività di colui che significa con segni, e chiamerei perciò "Homo signans" prima di ulteriori discriminanti. Infatti intervistando uno scrittore, intendo un artista, con molte probabilità ci si sentirà dire che nel momento in cui scrive egli non percepisce e non pensa affatto l'intento di comunicare; dirà che in quel momento sente solo il bisogno o il desiderio o l'inafferrabile determinazione di scrivere e che la scrittura avviene in se stesso e con se stesso. E' noto quale fosse l'animo di grandi poeti nei confronti della propria scrittura, in relazione alla involontarietà dei "segni" reperiti poi nel testo, oppure anche in relazione al fatto che la volontarietà tecnica ubbidisce come istintivamente a spinte non coscienti. Dunque se l'arte è comunicazione, chi o che cosa spinge un artista a compierne la fase fondamentale della trasmissione senza alcuna consapevolezza e volontà? Questo è un enigma che la teoria semiotica non spiega. Gian Luigi Beccaria scrive in un'accuratissima indagine su quei segni (L'autonomia del significante, 1975): «Il significante in poesia è disancorato dalla sua funzione strettamente linguistica e rinnova in una sorta di simbolo la parola, le ridona una frangia di senso che tocca meno l'intelletto, le operazioni linguistico-comunicative, e più la sensibilità, l'inconscio, il preverbale, i contenuti mentali non comunicabili; l'orchestrazione, la partitura poetica, la iunctura "accordata", il singolo vocabolo fonicamente 'motivato', possono liberare, come per una sorta di 'regressione' freudiana, energie e associazioni latenti, coinvolgere concetti, contenuti mentali, comunicare l'inconoscibile, ri-stabilire un'armonia supposta, come in un "linguaggio ancestrale" (Mallarmé), con "una lingua che più non si sa" (Pascoli).» E quando non si arrivi a un disarmo così chiaro, si possono comunque reperire fra gli studi della tesi diffuse tracce di vaghezza, come questa di Hugo Friedrich mentre parla di Mallarmé (La struttura della lirica moderna, 1966): «Nel gioco delle forze linguistiche, che si trovano al di sotto e al di sopra delle funzioni di comunicazione, riesce felicemente quella musicalità avvincente, slegata dal senso, che conferisce al verso la forza di una formula magica.»


Allora è lecito ricominciare dalla supposizione che la letteratura, e tutta l'arte, non nasca primariamente per comunicare, anche se si esplica attraverso linguaggi. Anzi mi pare, invece, che solo pensando all'arte come "espressione", che precede involontariamente un'eventuale fase di trasmissione (per esempio la pubblicazione), si possa capire perché essa crei i suoi propri linguaggi e non usi quelli della normale comunicazione. E da qui, un successivo passo verso una maggiore comprensione mi fa pensare che l'origine di un'espressione stia in una volontà o impulso di "manifestazione". Dunque la natura dell'arte sarebbe dentro la natura di ciò che si manifesta attraverso di essa. Ciò che si manifesta è vivente. La manifestazione del vivente avviene nell'espressione di sé che si attua per mezzo dei suoi linguaggi. Cosa è vivente e si esprime nei linguaggi dell'arte? Come e perché si esprime? Cosa dice? Nella ricerca del "senso del testo" vi è, in definitiva, il turbamento della ricerca sul "senso dell'essere", non ancora trovato nel razionalismo, nel sentimentalismo, nello storicismo, nella fenomenologia, nell'esistenzialismo. E a me sembra che anche la significazione, così come scoperta nelle sue "leggi esterne" dalla scienza, sottenda a un fenomeno di qualità intangibile, pertenga a una realtà dimenticata della natura umana, a quell'oblio spirituale di cui dobbiamo riprendere coscienza. Concludendo, ancora Prete, senza strumentalizzarne l'estrazione dal contesto ma solo per curiosa analogia con alcune cose che andrò dicendo nelle mie pagine: «Ma l'interprete è anche colui che vuole conoscere le vie per le quali la conoscenza s'è fatta verbo, il miraggio parola, l'esperienza lingua. Una teologia profana presiede a ogni movimento verso l'interpretazione.»

 

Luigi Arista, Dicembre 2007

 

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Rinnovando una teoria spirituale e di lettura animica dell'arte letteraria

Editoriale di Gennaio 2004

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