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Rinnovando una teoria spirituale
e di lettura animica dell’arte letteraria

Il diritto di parlare

 

Un tempo stavamo attenti a non esprimere idee sulla poesia, non ci pronunciavamo, evitando così lo zelo dei neofiti che ripetono cose ovvie e note. Si doveva essere poeta senza concetti, per non correre il rischio di affermare principi sui quali sono già tutti d’accordo o che comunque sono stati già enunciati. Queste erano infatti le raccomandazioni degli amici che “officinavano” nella materia letteraria, per averla approfondita in curricoli di studi “regolari” o nell’esperienza dei mestieri accademici e critici “ufficiali”. Durante la lunga astensione riflettevamo, finché prese corpo la convinzione che, se la letteratura non è una professione, neppure argomentare intorno a essa poteva essere un diritto professionale. Come scrittori o anche come lettori non occasionali, e anzi piuttosto coinvolti, ci sentivamo in qualche modo “attori” del fenomeno letterario e perciò decidemmo di parlarne. Per farlo meglio ci mettemmo anche a studiare, scoprendo che dentro molte tesi di filosofi e deduzioni di commentatori il nostro sentimento di poesia soffriva prigioniero, stava stretto. Quel che ci piacque di più furono i dubbi di certi onesti e acutissimi studiosi, che non hanno mai considerato le loro pur valide teorie come la conclusione del discorso. Sebbene fosse importante anche sapere, il diritto di parola non era dunque dato dall’erudizione ma dalla vita nella letteratura.

A molti sembrerà una velleità. Noi diciamo che si tratta di ardimento, mosso da un’attrazione intima e profonda verso il fenomeno di cui intendiamo parlare. Quali credenziali e quale qualifica professionale aveva, per esempio, Roman Jakobson (1896-1982) per proporre le sue risposte ai quesiti circa il senso e la fattura della poesia? Secondo la definizione corrente egli era un linguista, cioè uno specialista di grammatica, ma durante molti anni della sua attività non si riteneva che i linguisti fossero deputati a formulare tesi generali come i filosofi. Jakobson invece non aveva dubbi in proposito: sì, un linguista è qualificato a parlare della natura della poesia, perché essa è intimamente legata alla lingua e perciò alla grammatica. Finché, davanti ai risultati degli studi, suoi e poi di tanti altri colleghi, fu vinta la posizione di chi diffidava degli studiosi non filosofanti. Questo fu ardimento, che ha promosso e prodotto fra le cose più importanti dell’ultimo secolo in tema di analisi della letteratura.

Ebbene, pronunciandoci senza essere filosofi o linguisti, anche noi ci sentiamo ardimentosi. Siamo poeti e ribadiamo: sì, un poeta è qualificato a pronunciarsi sulla letteratura e la poesia, perché ne è l’attore naturale. Non vantiamo la scoperta di alcuna legge esatta né pensiamo di erigere monumenti teorici che fissino tutto quel che c’è da dire. Crediamo invece che la verità non provenga da nessuna scienza in sé, da nessuna filosofia in sé, da nessun “ismo” e da nessuna “logìa”, bensì che scaturisca dal buon uso di tutti gli strumenti nell’atteggiamento interiore verso la vita, che si esercita nella relazione con la realtà ma è svolta nell’essere e lì ne acquista il senso.

 

Con quale intento

 

D’altra parte, in materia di letteratura come in tutto ciò che non è aspetto tangibile della realtà, non c’è mai stata univocità di pensiero e le teorie e le concezioni si sono susseguite alternando interpretazioni assai diverse. L’indagine sulla natura della poesia nasce con la stessa filosofia (Aristotele già si occupava di individuare i tipi di metafora), cioè con la riflessione sistematica sui valori del bello e della parola, e non si è compiuta nemmeno con la linguistica, lo strutturalismo e la semiologia, sebbene i teorici in questo caso abbiano abbandonato le forzature filosofiche per esaminarla nel suo carattere immanente (come funziona l’avvenimento in sé). Il dibattito, che non sempre è stato pacato ed è diventato a volte accanita e pedante guerra di posizioni ideologiche, ha paradossalmente accentuato la consapevolezza della enigmaticità del fenomeno letterario.

Ed ecco, a tale enigma noi aggiungiamo la nostra visione, che è spiritualistica e perciò ha radici antiche, le quali però a nostro parere non hanno fruttificato a sufficienza e verso tutte le direzioni del cielo umano. Forse al tronco dell’albero mancava qualche forza di linfa che irrorasse i rami della razionalità col sentimento dell’origine divina. Forse era necessario che passassimo, non nella cronologia della sua storia, ma nel senso di tutto ciò che è stato, dalla dimenticanza alla ragione, perché il tempo della coscienza maturasse e oggi ricominciassimo a cercare quel che del nostro spirito occultammo. Ciò che a noi preme, infatti, è di indicare la possibilità di una lettura animica dell’arte a ripartire dalle teorie scientifiche recenti, confutando l’imperio del razionalismo, perché tanto riteniamo necessari il pensiero razionale e la sua scienza altrettanto quanto crediamo indispensabile non prenderli come l’annuncio della verità.

 

La situazione della critica moderna

 

La critica dei contenuti, dei temi e della ricostruzione dei significati, o in compendio la critica ermeneutica, era affermata ormai da molto tempo. Nel secolo che ci precede, invece, il contributo della linguistica strutturale e poi semiologia ha insegnato che si può considerare l’opera letteraria in modo indipendente dai suoi contenuti etici e sociali, ma non perché quelli vadano trascurati, bensì perché un senso intrinseco dell’arte sta nel suo valore di significazione. Cioè, l’opera va apprezzata nella capacità di significare le cose e non per l’importanza delle cose che significa, e può essere analizzata nei “segni” che realizzano la significazione. Scrive Jurij Lotman (La struttura del testo poetico, 1970): “L’affermazione che lo studio strutturale-semiotico della letteratura allontana dal problema del contenuto, del significato, del valore etico sociale dell’arte e dei suoi legami con la realtà, è fondata sull’incomprensione. … Allontanarsi dal significato non può essere il risultato di quel metodo che pone al centro la ricerca del problema stesso della semiosi. … Forse che qualcuno, oggi, vuol discutere ancora sul fatto che la vita sociale determina l’aspetto dell’arte? Ma forse, dopo aver ripetuto ancora una volta questa tesi, che non suscita dubbi in nessuno, possiamo compensare l’incapacità di spiegare in che cosa un testo di Dostoevskij si distingue da un testo di Tolstoj?”

In questo modo lo studio semiologico ha inteso istituire una “scienza della letteratura”, traendola fuori dalle polemiche estetiche e sociologiche. Tuttavia, pur essendo autonomo come metodo critico di un valore dell’opera, non è riconosciuto autosufficiente come teoria letteraria generale e, anzi, rischia di affermare per vero quello che vuole trovare, cioè che il cromosoma della letteratura sia la struttura del suo linguaggio coi suoi segni. Questo è ciò che opponevano i fautori della critica ermeneutica, e infatti veniva ammesso da un altro strutturalista, Gerard Genette (Strutturalismo e critica letteraria, in “Figure”, 1966): “… d’altra parte lo strutturalismo non è soltanto un metodo, ma anche ‘una tendenza generale del pensiero’, … un’ideologia, direbbero più brutalmente altri: un’ideologia che ha appunto come partito preso la valorizzazione delle strutture a scapito della sostanza e può perciò sopravvalutarne il valore esplicativo.”

Comunque, allo stato attuale è assodato che ogni teoria letteraria e perciò ogni critica è autonoma e complementare alle altre. Questa era un’ipotesi quando il Genette scriveva (ibidem): “Ecco quindi che il rapporto tra strutturalismo ed ermeneutica potrebbe essere non di separazione meccanica e d’esclusione ma di complementarità: nei confronti della medesima opera la critica ermeneutica potrebbe parlare il linguaggio della ripresa del senso e della ricreazione interiore e la critica strutturale quello della parola distante e della ricostruzione intelligibile.” Oggi è la posizione costruttiva che molti studiosi si sono dati nelle loro ricerche e riflessioni. Ma ancora più interessante della reciproca autonomia fra metodi critici, da parte della linguistica strutturale vi è il riconoscimento dell’autonomia della letteratura da qualunque critica, espresso così da Roland Barthes parlando a chi non si poneva nell’atteggiamento obiettivo suddetto (Critica e verità, 1966): “Il rapporto che intercorre fra la critica e l’opera è lo stesso che intercorre fra un senso e una forma. Il critico non può pretendere di ‘tradurre’ l’opera, e in particolare di chiarirla, giacché nulla è più chiaro dell’opera. Egli può invece ‘generare’ un certo senso, derivandolo da una forma che è l’opera. … La critica non è una traduzione bensì una perifrasi. … E’ sterile ricondurre l’opera a qualcosa di puramente esplicito, perché allora non c’è, immediatamente, più nulla da dirne e perché la funzione dell’opera non può consistere nel chiudere le labbra di coloro che la leggono.”

 

La manifestazione spirituale nella letteratura

 

E’ il problema della significazione insomma, o meglio dell’Homo significans secondo il suo statuto, che incita alla ricerca il movimento del XX secolo, dai precursori formalisti del Circolo di Mosca, ai linguisti del Circolo di Praga, al fondatore della semiologia Ferdinand de Saussure, a tutti i loro successori contemporanei. E’ la questione dell’innato bisogno umano di dare un significato alle cose e di comunicarlo attraverso segni. Dove ovviamente nell’arte letteraria si tratterebbe di iper-significati comunicati attraverso iper-segni, innestati fra le parole, la grammatica e la struttura. Allora certo, la replica di Lotman che abbiamo riportato è giusta rispetto all’obiezione che l’analisi formale si allontani dal problema del contenuto e del significato, tuttavia occorre vedere di “quale contenuto” si vuol parlare e con “quale realtà” si creda che abbia legami. Infatti, perché l’uomo avrebbe bisogno di esprimere significati più lati e più profondi di quelli che egli stesso non abbia già inserito nella lingua naturale da lui creata?

Noi qui facciamo alcune considerazioni. La significazione implica un processo di comunicazione. Ovvero, la semiologia coprirebbe tutto il senso dell’arte se tutta la natura dell’arte fosse comunicazione. Ma c’è qualcosa d’altro nell’attività di colui che significa con segni e chiameremmo quindi “Homo signans”. Infatti se intervistate uno scrittore, intendiamo un artista, vi dirà che nel momento in cui scrive egli non percepisce e non pensa affatto l’intento di comunicare; vi dirà che in quel momento sente solo il bisogno o il desiderio o l’inafferrabile determinazione di scrivere e che la scrittura avviene in se stesso e con se stesso. Dunque se scrivere corrisponde a trasmettere e leggere corrisponde a ricevere (gli assunti di base di linguistica e semiologia), lo scrittore sta compiendo il primo atto della comunicazione senza saperlo. Se è vero che l’arte è comunicazione, chi o che cosa spinge l’artista a comunicare senza averne la consapevolezza e la volontà? E’ forse l’arte, almeno nel momento creativo, un atto coartato da forze superiori alla volontà cosciente? Questo è un enigma che la teoria semiotica non spiega. Si può invece rammentare quale fosse l’animo di noti e riconosciuti grandi poeti nei confronti della propria scrittura, in relazione alla assoluta involontarietà dei “segni” del testo, oppure meglio, in relazione al fatto che la volontarietà tecnica nella costruzione del testo ubbidisce come istintivamente a spinte non coscienti. Si può rammentare che secondo Shelley tutte le poesie sono frammenti di un’unica poesia universale, che per Emerson un unico Uomo è l’autore di tutti i libri che esistono al mondo, che Valéry propugnava una storia della letteratura come una storia dello Spirito fatta senza mai pronunciare il nome di uno scrittore. Dice Hugo Friedrich (La struttura della lirica moderna, 1966) a proposito di Mallarmé e della sua eredità alla poesia del ventesimo secolo: “Nel gioco delle forze linguistiche, che si trovano al di sotto e al di sopra delle funzioni di comunicazione, riesce felicemente quella musicalità avvincente, slegata dal senso, che conferisce al verso la forza di una formula magica.”

Si può dunque ammettere che la letteratura, e tutta l’arte, non nasca primariamente come fenomeno di comunicazione, anche se si esplica attraverso linguaggi. Anzi ci pare, invece, che solo pensando all’arte come atto di “espressione”, che precede un intento comunicativo, si possa capire perché essa crea i suoi propri linguaggi e non usa quelli della normale comunicazione. E da qui, un successivo passo verso una maggiore comprensione ci fa considerare che l’origine di una espressione sta in una volontà o impulso di “manifestazione”. Dunque la natura dell’arte sarebbe dentro la natura di ciò che si manifesta attraverso di essa. Ciò che si manifesta è vivente. La manifestazione del vivente avviene nell’espressione di sé che si attua per mezzo dei suoi linguaggi. Cosa è vivente e si esprime nei linguaggi dell’arte? Lasciamo l’interrogativo in sospeso. Attualmente a noi sembra però che anche la significazione, così come scoperta nelle sue “leggi esterne” dalla scienza, sottende a un fenomeno di qualità intangibile, pertiene a una realtà dimenticata della natura umana, a quell’oblìo spirituale di cui dobbiamo riprendere coscienza.

 

L'ispirazione al di sopra dei concetti

 

C’è una frontiera, lungo la quale stanno due opposti schieramenti. Ciascuno dei due spiega in verso opposto la realtà e la vita, tutto, l’uno parlando di materia e l’altro dello spirito. E sono animosi entrambi, nell’impeto a spiegare e “sistemare” e nella volontà di far prevalere ognuno la propria visione delle cose. Ciò che colpisce è la matrice comune del fronteggiamento e che entrambi usino lo stesso strumento per edificare le proprie ragioni e per negare quelle contrapposte. La matrice comune è il pensiero razionale, lo strumento è la parola dialettica. Pensiero e strumento essenziali, nei quali con l'abuso si è inserito il male.

Quella frontiera non è vera in natura, è un meccanismo umano. Per alcuni è il rifiuto e per altri la difficoltà di vivere l’essenza nel punto dove questa risiede, il punto in cui si incontrano le due direzioni di una croce. La croce non ha opposizioni di verso, è l’incontro di due direzioni, orizzontale e verticale. Il senso della croce è l’incontro di due dimensioni, materiale e spirituale. Ma il pensiero dell’uomo è malato di possessivo e arrogante razionalismo, come la sua parola. L’uomo vuole possedere in formule e sistemi di concetti tutto il mondo e la sua esistenza. Perciò una schiera vuole esprimere tutto nei termini materialistici della scienza e della filosofia e l’altra vuole, con altrettanto materialismo, portare lo spirito entro i termini della conoscenza razionale. Entrambi i fronti stanno sulla stessa direzione orizzontale e non se ne accorgono.

La nostra ispirazione è il Cristo, col quale sulla terra è venuta la Coscienza, che ha per simbolo la sua Croce. La vera Coscienza non oppone conoscenze razionali, sussume la conoscenza orizzontale, razionalmente pensata, e quella verticale, ispiratamente pensata (o forse potrei dire sentita, ma mi sia scusata l’insufficienza della descrizione, non ho parole più adatte in questa lingua così razionale). Gli uomini non sono soltanto di quel che chiamiamo Spirito, e ogni esagerazione in tal senso è una negazione dell’evidente consistenza umana. Ma l’essenza umana non è solo del Corpo, e ogni negazione in tal senso contraddice la verità che ognuno prova. La Verità è più vicina all’uomo di quanto egli stesso non veda, perché il Cristo l’ha portata sulla terra.

La conoscenza orizzontale si amplierà, si amplierà a dismisura, e le sue conquiste sembreranno portentose e rivelatrici. Nulla sarà più falso e illusorio. L’uomo trova rivelazioni di sé e del mondo soltanto se con il suo sapere egli giunge nel punto di Coscienza e lì comincia il viaggio verticale, dalle profondità interiori alle altezze che lo congiungono allo Spirito. Quel viaggio avviene nel pensiero puro, che non è più parola bensì è verbo, idea che non ha più bisogno di concetto. La conoscenza verticale muta sostanzialmente l’atto cognitivo, che da razionalismo diventa percezione, da sistemazione diventa affidamento.

Il presupposto del razionalismo assolutista è che nessuna cosa inspiegabile è vera. Il massimo riconoscimento dei suoi stessi limiti lo esprime dicendo che il cervello umano all’attuale stadio di evoluzione sfrutta una percentuale ridottissima delle proprie facoltà potenziali. Noi siamo fra quelli che, dopo aver capito la “ragione scientifica” per cui le orbite planetarie intorno al Sole dipendono dalla distanza e dalla massa, pensano che giustappunto quella legge è un “miracolo universale”.

 

(Gennaio 2004)

 

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