Chiede il significato nascosto del suo brano
Questa è parte della mail ricevuta: - ... Non mi
era mai successo di poter riporre in uno scritto la domanda
"come sto?". E di certo comprendo quanto lui risponda,
ma non cosa risponda. E mai come ora mi rendo conto quanto
possa essere fondamentale l'opera di qualcuno che, come
te, si faccia valico. Se la pubblicherai ne sarò
felice, e posso dirtelo perchè so che in questa felicità
non c'è protagonismo alcuno, ma l'umiltà dello
stare per una volta dalla parte del malato che ha bisogno
di cure, e forse potrei capire meglio quelle volte che non
ho rinunciato alla mia protetta posizione di terapeuta,
le volte che aiutavo chi veniva da me mettendo a disposizione
la sua delicata interiorità. Per quanto li aiutassi,
sapevo che non ero disposta a scambiare le parti. Oggi lo
sento come un grave torto. -
E' la prima volta che mi cimento con una consulenza su
un testo in prosa. Tutto ciò che fino a oggi ho ritenuto
possibile trarre da uno scritto, l'ho percepito e applicato
nella poesia. Ma probabilmente, quando si scrive con quella
certa "tensione della forma", e la narratività
e la congruenza non la sovrastano, anche nella prosa (una
prosa lirica) si innestano i segni del discorso dell'anima.
Comunque, segue il brano e poi l'esito del mio tentativo.
L'ultimo treno
Ti guardo. Meridiana del volto segnata ora da linee dritte
senza colore. Un perduto riflesso confuso con paesaggi che
fuggono, attraverso il vetro del finestrino.
Laggiu', in lontananza, le antiche città potevano
accendersi sotto i cieli stellati delle mie immaginazioni,
e voci animavano la vita, perché sapesse essere vera.
Cercavo di raggiungerla, spiavo dai pertugi accesi le madri
mentre cullavano i loro bambini, ma il loro canto si interrompeva
al mio passaggio. Non era che l'intermittenza dei miei pensieri
a dissolverlo.
Franavano le mie città, ed ero sola a tormentarmi
tra i ruderi dei dubbi. E continuavo a bussare alle porte
rimaste in piedi nel nulla, a nascondere il vero, perché
sapevo che non era buio.
Persino la più malata assenza di speranza era capace
di nutrirsi della sua stessa luce, ed abbassava lo sguardo.
Ti ricordi la luce? Era la stessa che un tempo correva nel
sogno dei miei occhi cosi' aperti dallo stupore. Puntini
giocosi, che volteggiavano nel nero infinito, quel nero
che accendeva ogni sera i loro colori. Credevo ogni volta
mi conducessero verso l'acqua sorgente della unica Realtà
e non capivo che era una danza di commiato.
Eppure riuscii a sentire, si, io davvero ho potuto sentire
quale stupenda meraviglia rimanga imprigionata in un vero
istante, ed un puntino tra quelli sacrifico' per sempre
il suo gioioso volo per rischiarare le pareti aride del
mio cuore. Potevo amare? Forse. Se solo avessi imparato
ad avere il ricordo dell'Amore, non quei ricordi che velano
lo sguardo nell'illusione della nostalgia, ma l'unico vero
ricordo: cio' che diviene.
L'Amore però ha amato profondamente me, e ha amato
la mia ingratitudine, il mio cieco orgoglio, ed ogni affanno
a cercare di creare ciò che è già,
senza che sapessi accoglierlo.
Come avrebbe potuto essere semplice! Che cosa assilla tanto
la pace della semplicità da sovvertire ogni volta
il cammino? Lontananze così inquiete
. e questo
ricordo senza nome
e sordi urli dal basso, che rimettono
le lancette dell'orologio, puntate su incompresi dolori
Ma è stato così che ogni volta ho preso in
corsa un nuovo treno.
E ancora, e ancora.
Ed ogni volta con il coraggio dell'illusione di una direzione
nuova.
E poi?
E poi è ora, sull'ultimo treno. Quando ti accorgi
che c'è un solo viaggio, per un'unica direzione che
conduce in ogni parte, ed ogni parte in ogni sua parte si
divide.
Non c'è colore che puoi scegliere senza dar morte
a un'altra parte di te.
Allora soltanto la meridiana del volto appare. Linee dritte
senza colore, sull'ultimo treno.
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L'Essenza di Anna ha espresso diverse verità da
consegnare alla coscienza. Alcune di tali verità
sono "quasi dichiarate" nel testo, poi si vedrà
quanto esplicitamente, perciò non so di quale aiuto
abbia bisogno questa persona. Forse del rinforzo di una
conferma, affinché non indugi oltre. Si vede dalla
lettera di accompagnamento che Anna è di un bel profilo
interiore e che si "accorge" di attuare dei nascondimenti.
Ma anche tutto il brano è un singulto prolungato,
una lotta estenuata, singhiozzata fra "ardenti aspirazioni"
di aprirsi al vero e "furibonde spinte" a intorbidire;
e così dicendo non ho alcuna intenzione di enfatizzare.
Nel singulto di un'interiorità bella ma molto complessa,
ad Anna manca forse di capire "come" e "che
cosa" ha nascosto, ma ribadisco forse, perché
invece potrebbe avere intuito anche questo e allora davvero
le manca soltanto la conferma di un'evidenza. Nella paura
di doversi rimettere in gioco con fatica e dolore, a volte
serve che qualcuno dall'esterno dica "ti ho visto",
per attivare la determinazione che nel solo "vedersi"
non è stata trovata.
Così, l'occasione dello scrivere non è veramente
un "ultimo treno" in senso tragico, finale, come
il titolo e l'ultima frase che lo ripete vorrebbero suggerire.
Appare piuttosto un forte "movimento drammatico",
magari un treno che corre, un forte invito a "riconoscere"
la "meridiana del volto" dopo aver provato, questo
sì, diverse altre vie.
Per rispondere alla domanda "come sto?", purtroppo
dovrò parlare anche di questioni delicate, e cercherò
almeno di farlo con il suffragio del maggior numero possibile
di elementi testuali, semantici e grammaticali. L'ordine
delle cose però non replicherà quello dei
sapori avvertiti e dei segnali scoperti alle diverse letture,
ma sarà quello dei loro nessi nella ricostruzione
del senso che espongo.
Inizio annotando che la frase "spiavo dai pertugi accesi"
fa insorgere bene l'immagine del segreto guardare qualcosa.
Ma questa è la licenza letteraria, mentre l'analisi
linguistica impone altre considerazioni. Un pertugio è
un buco, una fessura, una fenditura, e non può essere
"acceso" di per sé. Può essere acceso
l'ambiente "nel" quale si accede, fisicamente
o con la vista, "attraverso" la stretta apertura.
L'inesattezza, legittima ed efficace sul piano letterario,
avverte che bisogna stare attenti alla preposizione "dai",
la quale potrebbe rappresentare un guardare sia da dentro
a fuori sia da fuori a dentro. L'equivocità risulta
comunque un "negato" guardare attraverso, che
richiama la precedente vista "attraverso il vetro del
finestrino". E cosa si guardava "attraverso"?
La meridiana del proprio volto, ma quindi senza volerla
vedere bene. D'altra parte, sempre nella frase dove si dice
di spiare, non è scritto "le madri che cullavano
...". Se fosse "che cullavano", il pronome
relativo individuerebbe proprio le madri, "le quali",
appunto, cullavano. Invece si preferisce l'avverbio "mentre",
che sottrae l'individuazione specifica delle madri aggiungendo
il senso di un "durante il tempo". La durata nel
tempo a sua volta richiama il clima di evocazione temporale
introdotto poco prima da "antiche" (città)
e poi rafforzato dagli imperfetti "potevano" (accendersi)
e "animavano" (la vita). E ancora, l'evocazione
temporale lega coi climi verbali della "lontananza"
(laggiù, lontananza, antiche) e del confuso perdersi
in tale lontananza (perduto, riflesso, confuso, fuggono,
attraverso, immaginazioni). Anche la proposizione circa
"l'intermittenza dei pensieri" è tutta
in questo clima, non tanto o non solo perché sia
un'intermittenza, ma soprattutto dal punto di vista grammaticale:
non si usa la costruzione affermativa "Era l'intermittenza
..." ma la negativa "Non era che ...".
La reiterazione del clima di dispersione inserisce così
il "cullare", il "cantare", le "madri"
e i "bambini" tra gli stessi contenuti delle precedenti
"immaginazioni". Ci si guarda allo stesso modo
dai tempi infantili a quelli della maturità femminile,
ci si chiede di se stessi ma si distingue soltanto che c'era,
se si fa attenzione ai contenuti verbali, qualcosa di molto
vitale: "potevano accendersi", "cieli stellati",
"animavano la vita", "essere vera",
"pertugi accesi". E si noti come certi valori
semantici siano rafforzati dai segni fonetici: accendersi
è dato con l'esplosiva "p"-otevano, i cieli
allitterano in e-l-i con stellati, e poi ancora "v"-oci
anima-"v"-ano la "v"-ita, sap-"esse"
"ess"-"ere" v-"era", e di
nuovo accesi è preceduto dall'esplosiva "p"-ertugi.
Oltre al positivo effetto letterario, la circostanza indica
che si è vissuto (e quanto si vive ancora?) un vero
tormento di ricerca fra le pieghe dell'anima (i pertugi)
con esito negato. Ma perché non si distingue che
cosa era quel tanto di animato e acceso che c'era, e che
evidentemente c'è ancora, altrimenti non emergerebbe
con altrettanto grido di sofferenza?
Ebbene, ho detto che si nota un assembramento di terminologia
di astrazione dal reale e di dispersione nella vaghezza.
Si vede una sorta di lusinga interiore a perdersi nei riflessi,
nel diffuso e confuso, nel fuggevole. Perché? Un
lapsus rivela la ragione, ed è un lapsus della punteggiatura.
Si legga la frase "E continuavo a bussare ...".
Per dire correttamente ciò che il testo vorrebbe
far pensare, cioè che le porte rimaste in piedi nascondono
il vero, dovrebbe essere: "E continuavo a bussare alle
porte (qui la virgola), rimaste in piedi nel nulla (senza
virgola) a nascondere il vero ...". Invece come è
scritta vuol dire: "E continuavo a bussare alle porte
..., (e continuavo) a nascondere il vero ...". Perciò
si isoli nel contesto quel che segue: "Ero sola a tormentarmi
fra i ruderi dei dubbi ... E continuavo a nascondere il
vero ...". Ecco dunque che le parole che descrivono
la ricordanza e il paesaggio interiore (quelle del disperso
e confuso) indicano una ten-denza, forse oggi solo ten-tazione,
a nascondere il vero. Questo ha fatto Anna e per questo
si tormentava fra i ruderi dei dubbi.
A questo punto devo saltare avanti e osservare il momento
in cui l'Anima indica cosa è accaduto. In realtà,
come si vede dal resto, l'Anima indica sempre, ma qui in
particolare insinua marcatamente quasi una dichiarazione
diretta. Il testo dice: "Non c'è colore che
puoi scegliere senza dar morte a un'altra parte di te."
La riflessione esistenziale vuole esprimere una sorta di
condizione umana inevitabile. Però questo è
l'argomento della formalizzazione letteraria; nel contesto
di cui finora ho parlato, il significato personale della
frase è una verità di se stessa: "Ho
dato colori alla mia vita nascondendo (ovvero reprimendo)
una parte di me." Ciò detto, credo necessario
un chiarimento, non per Anna che evidentemente segue il
nostro discorso spirituale sulla letteratura, ma per chi
altri leggesse senza poter distinguere, in questo particolare
frangente, fra verità e nascondimenti dell'Essenza
o della persona. L'Essenza non è un'entità
separata che gioca a porre degli indovinelli; è invece
da intendere come lo "sforzo superiore" di noi
stessi (la spiritualità) al quale "diamo spazio
inconsapevole" per mezzo di atti ed espressioni. Perciò
mentre dico che l'Essenza indica, intendo pure che a quello
sforzo superiore bisogna dare una mano per portarlo allo
stato di coscienza. Per questo ricostruisco il senso anche
di questa che ho chiamato dichiarazione, che non è
stata frutto dei nascondimenti terreni di Anna, ma emerge
così nell'attuale specifico modo dell'uomo incarnato
di dare spazio inconsapevole al superiore se stesso.
E dunque approfondisco tale proposizione, letterariamente
tesa, formalmente bella e compiuta, fortemente drammatica,
senza fronzoli inutili. Essa non vuol dire, come sembra,
che "allo scopo di dar vita" a un colore "si
è dovuto dar morte" a qualcos'altro. Vale il
contrario, perché si noti: nel significato letterale
"non c'è proprio alcun colore" che puoi
scegliere senza dar morte, eccetera. Quindi nel vero senso
la "scelta" è di dar morte a quella certa
parte, sostenendone la mancanza o repressione attraverso
l'esaltazione di qualche altro colore. Ora, è anche
chiaro che se la parte repressa è stata oggetto di
scelta e sostituzione, essa doveva essere una parte fondamentale.
Di conseguenza, il colore che l'ha sostituita è stato
fatto diventare molto importante, affinché potesse
sorreggere la sostituzione.
E adesso torniamo indietro, alla zona più complessa
del brano, in particolare da "Persino la più
malata ..." a "... senza che sapessi accoglierlo".
Stilisticamente eterogenea, a tratti confusa e contraddittoria,
con diverse concettualità, è una sciarada
costruita fra impulsi e controlli, sentimento e cultura.
Ebbene, qui i colori appartengono ai puntini giocosi. Questi
puntini così animati (giocosi, volteggiavano) sembravano
condurre "verso la sorgente della Realtà",
maiuscola. Ma si devono osservare diverse cose. L'assenza
di speranza "si nutriva della sua luce", tuttavia
questa luce "era la stessa che correva nel sogno".
Si direbbe perciò che si tratta di una luminosità
"illusoria", e infatti più giù si
vorrebbe che il "ricordo dell'Amore" non fosse
quello che "vela lo sguardo nell'illusione". Ci
sono poi quella ripetizione del verbo in "avessi imparato
ad avere", che così assume il carattere di un
"possessivo", e la definizione che in tal modo
sembra posta aprioristicamente: "ricordo dell'Amore",
il tutto invece di, per esempio, "avessi imparato a
ricordare l'Amore" o, se proprio definizione deve essere,
"avessi avuto il ricordo dell'Amore" (dove in
questo caso "avere" sarebbe in tempo composto,
non due verbi ripetuti). D'altra parte l'animazione dei
puntini era un "commiato", tanto che il "gioioso
volo" di un puntino fu sacrificato. Qui si tenta un'ambivalenza
simile al "dai" dei pertugi accesi: perché
l'animazione di "tutti" i puntini era "una
danza di commiato" se solo "un" puntino "sacrificò
per sempre il suo gioioso volo"? Il puntino è
sacrificato quale parte repressa o si sacrifica per reprimere?
Il tentativo di confondersi non ha rilevanza, e lo dice
la frase "rischiarare le pareti aride del mio cuore".
Quel che è avvenuto di importante è che sia
stata comunque assunta una "espressione di vita",
a ogni costo, la quale circostanza conferma ciò che
basta: si è dato il commiato a una parte fondamentale
di sé. E si veda in questa ottica perché una
"stupenda meraviglia è imprigionata".
Ora, la maiuscola della "Realtà" e la sua
definizione di "unica", al di là dei significati
spirituali e cosmici concettualmente posti, nel contesto
illusorio e possessivo suddetto suggeriscono qualche interpretazione
di senso riguardante l'io-ego. Anche perché la preposizione
"della" non apostrofata risulta un'accentuazione
elaborata dell'unicità, per la quale bastava la maiuscola
di Realtà, oppure isolando la preposizione si sarebbe
potuta esprimere "della Realtà unica".
Questa relazione (fra "unica Realtà" e
io-ego) mi è poi confortata dal "cieco orgoglio"
confessato più avanti nel testo. Tuttavia in questo
punto particolare vorrei non andare oltre con l'individuazione
di possibili sensi, mentre Anna potrebbe approfondire fra
certi temi qui accennati la ricerca di cosa le sembra conducesse
a una Realtà maiuscola (di intendimento cosmico o
di realizzazione egoica o di entrambi come spesso accade),
arrivando così a comprendere quali colori abbiano
avuto un ruolo di sostituzione della parte repressa. In
questo procedimento dovrebbe tener presente, come io sto
intendendo, che il ruolo sostitutivo non li rende "finti".
Il senso è che quei colori possono essere stati verissimi
ma portati a una rilevanza esistenziale eccessiva, cioè
squilibrata rispetto alla vitalità negata alla famosa
"altra parte". Sempre qui però voglio anche
aggiungere che il "nascondimento negatore" non
è una "colpa" di Anna, perché se
le pareti del suo cuore erano aride, come risulta dal pathos
della relativa frase, probabilmente qualcuno le aveva inaridite
affettivamente. Questo giustificherebbe l'appello a un più
alto Amore, mentre il ritorno della concettualità,
nel colto "vero ricordo: ciò che diviene",
chiarirebbe quel che effettivamente avviene in tali circostanze:
non si può interiorizzare nel solo puro sentimento
l'Amore, quello dall'alto, se si nega una parte del proprio
essere.
Mi spiego in altro modo. Che quei colori, cioè gli
altri atteggiamenti esistenziali, siano veri si evince da
"Eppure riuscii a sentire ...". Questa frase è
confermativa, infatti contiene: un passato remoto (riuscii)
che esce dall'indeterminazione dell'imperfetto e circostanzia
il tempo, il "sì", la ripetizione del soggetto
"io" e l'avverbio "davvero". Ma Anna
è prigioniera della paura di vedere, al punto che
perfino difendendo il suo sentire inserisce un valore semantico
restrittivo: imprigionata. E ritorna al vocabolario della
vaghezza (ricordi, velano, illusione, nostalgia, lontananze),
che però stavolta è dovuto al disorientamento,
il quale rende ambiguo o dotto e concettuale il contenuto.
Comunque è tutto giusto così, la difesa, la
confusione, l'ambivalenza, perché questa è
un'invocazione che si potrebbe anche pronunciare: "Sì,
davvero io ho sentito, perciò dimmi (all'Amore alto)
qual è stato l'errore che non comprendo e a causa
del quale ora mi illudo fra pensare e sentire?" Infatti
si giunge, al termine della lotta, a chiedere qual è
la causa di tutto ciò: "Che cosa assilla tanto
la pace della semplicità ...?" E proprio qui
seguono ancora, secondo me, le risposte dell'Essenza: il
bellissimo letterario "ricordo senza nome" e "sordi
urli dal basso".
Circa il senso di tali due risposte, senza entrare troppo
nelle intime circostanze di vita, il compito che mi è
stato affidato mi permette alcuni suggerimenti. I "sordi
urli" appartengono, a questo punto direi ovviamente,
alla parte alla quale si è "data morte".
E poiché essi vengono dal "basso", quella
parte è il basso e può dunque significare
"ventre" o, forse meglio, "viscere"
come istintualità. Ora, avendo notato che la modalità
del reprimere (mascherare o nascondere) è uno schema
reiterato, tanto che "è stato così che
ogni volta ho preso in corsa un nuovo treno", direi
che il problema è di avere ogni volta represso (o
contenuto troppo) la "eversione" esistenziale
associata all'istintualità, cioè che le tante
esperienze (i tanti treni) della vita non sono state mai
sufficientemente eversive da soddisfare le istanze più
viscerali. Considerando che, quando si parla di istanze
viscerali, non si intendono necessariamente tendenze omicide
o lussuriose o le cose peggiori del male assoluto, ma si
tratta di quelle personali, come potrebbe essere aver cura
dei propri possessi o dell'orgoglio della propria persona
se l'Anima deve risolvere una lezione di vera dignità
del sé. Quindi con la precisazione appena svolta:
l'affanno a "cercare di creare ciò che è
già" (da notare "senza che sapessi accoglierlo")
è di attuare esperienze sublimate rispetto all'eversione
istintuale già posseduta dal "basso". In
tali condizioni si direbbe che il colore scelto in sostituzione
è di segno opposto al basso, cioè l'Alto.
Infine, il "ricordo" è "senza nome"
tanto quanto la persona ha sottratto vitalità alla
sua parte viscerale. Anna sembra un io ben strutturato ma
complesso, spiritualizzato ma non ancora essenziale, probabilmente
capace ma impaurito di contenere tutto se stesso. Perciò
forse si allarga un po' delle proprie caratteristiche di
elevazione, come allontanando da sé la completezza
delle polarità "spirito e materia" che
si afferra attraverso gli intermediari fisici ed emozionali.
Luigi Arista, Settembre 2007
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