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  Poesia e Prosa

Una breve prosa di Anna Morgen

classifica: allusione dell'anima

Chiede il significato nascosto del suo brano

 

Questa è parte della mail ricevuta: - ... Non mi era mai successo di poter riporre in uno scritto la domanda "come sto?". E di certo comprendo quanto lui risponda, ma non cosa risponda. E mai come ora mi rendo conto quanto possa essere fondamentale l'opera di qualcuno che, come te, si faccia valico. Se la pubblicherai ne sarò felice, e posso dirtelo perchè so che in questa felicità non c'è protagonismo alcuno, ma l'umiltà dello stare per una volta dalla parte del malato che ha bisogno di cure, e forse potrei capire meglio quelle volte che non ho rinunciato alla mia protetta posizione di terapeuta, le volte che aiutavo chi veniva da me mettendo a disposizione la sua delicata interiorità. Per quanto li aiutassi, sapevo che non ero disposta a scambiare le parti. Oggi lo sento come un grave torto. -

 

E' la prima volta che mi cimento con una consulenza su un testo in prosa. Tutto ciò che fino a oggi ho ritenuto possibile trarre da uno scritto, l'ho percepito e applicato nella poesia. Ma probabilmente, quando si scrive con quella certa "tensione della forma", e la narratività e la congruenza non la sovrastano, anche nella prosa (una prosa lirica) si innestano i segni del discorso dell'anima. Comunque, segue il brano e poi l'esito del mio tentativo.

 

 

L'ultimo treno

 

Ti guardo. Meridiana del volto segnata ora da linee dritte senza colore. Un perduto riflesso confuso con paesaggi che fuggono, attraverso il vetro del finestrino.
Laggiu', in lontananza, le antiche città potevano accendersi sotto i cieli stellati delle mie immaginazioni, e voci animavano la vita, perché sapesse essere vera.
Cercavo di raggiungerla, spiavo dai pertugi accesi le madri mentre cullavano i loro bambini, ma il loro canto si interrompeva al mio passaggio. Non era che l'intermittenza dei miei pensieri a dissolverlo.
Franavano le mie città, ed ero sola a tormentarmi tra i ruderi dei dubbi. E continuavo a bussare alle porte rimaste in piedi nel nulla, a nascondere il vero, perché sapevo che non era buio.
Persino la più malata assenza di speranza era capace di nutrirsi della sua stessa luce, ed abbassava lo sguardo.
Ti ricordi la luce? Era la stessa che un tempo correva nel sogno dei miei occhi cosi' aperti dallo stupore. Puntini giocosi, che volteggiavano nel nero infinito, quel nero che accendeva ogni sera i loro colori. Credevo ogni volta mi conducessero verso l'acqua sorgente della unica Realtà e non capivo che era una danza di commiato.
Eppure riuscii a sentire, si, io davvero ho potuto sentire quale stupenda meraviglia rimanga imprigionata in un vero istante, ed un puntino tra quelli sacrifico' per sempre il suo gioioso volo per rischiarare le pareti aride del mio cuore. Potevo amare? Forse. Se solo avessi imparato ad avere il ricordo dell'Amore, non quei ricordi che velano lo sguardo nell'illusione della nostalgia, ma l'unico vero ricordo: cio' che diviene.
L'Amore però ha amato profondamente me, e ha amato la mia ingratitudine, il mio cieco orgoglio, ed ogni affanno a cercare di creare ciò che è già, senza che sapessi accoglierlo.
Come avrebbe potuto essere semplice! Che cosa assilla tanto la pace della semplicità da sovvertire ogni volta il cammino? Lontananze così inquiete…. e questo ricordo senza nome… e sordi urli dal basso, che rimettono le lancette dell'orologio, puntate su incompresi dolori…
Ma è stato così che ogni volta ho preso in corsa un nuovo treno.
E ancora, e ancora.
Ed ogni volta con il coraggio dell'illusione di una direzione nuova.
E poi?
E poi è ora, sull'ultimo treno. Quando ti accorgi che c'è un solo viaggio, per un'unica direzione che conduce in ogni parte, ed ogni parte in ogni sua parte si divide.
Non c'è colore che puoi scegliere senza dar morte a un'altra parte di te.
Allora soltanto la meridiana del volto appare. Linee dritte senza colore, sull'ultimo treno.

 

La consulenza

è necessario leggerla con il testo alla mano

 

L'Essenza di Anna ha espresso diverse verità da consegnare alla coscienza. Alcune di tali verità sono "quasi dichiarate" nel testo, poi si vedrà quanto esplicitamente, perciò non so di quale aiuto abbia bisogno questa persona. Forse del rinforzo di una conferma, affinché non indugi oltre. Si vede dalla lettera di accompagnamento che Anna è di un bel profilo interiore e che si "accorge" di attuare dei nascondimenti. Ma anche tutto il brano è un singulto prolungato, una lotta estenuata, singhiozzata fra "ardenti aspirazioni" di aprirsi al vero e "furibonde spinte" a intorbidire; e così dicendo non ho alcuna intenzione di enfatizzare. Nel singulto di un'interiorità bella ma molto complessa, ad Anna manca forse di capire "come" e "che cosa" ha nascosto, ma ribadisco forse, perché invece potrebbe avere intuito anche questo e allora davvero le manca soltanto la conferma di un'evidenza. Nella paura di doversi rimettere in gioco con fatica e dolore, a volte serve che qualcuno dall'esterno dica "ti ho visto", per attivare la determinazione che nel solo "vedersi" non è stata trovata.
Così, l'occasione dello scrivere non è veramente un "ultimo treno" in senso tragico, finale, come il titolo e l'ultima frase che lo ripete vorrebbero suggerire. Appare piuttosto un forte "movimento drammatico", magari un treno che corre, un forte invito a "riconoscere" la "meridiana del volto" dopo aver provato, questo sì, diverse altre vie.

Per rispondere alla domanda "come sto?", purtroppo dovrò parlare anche di questioni delicate, e cercherò almeno di farlo con il suffragio del maggior numero possibile di elementi testuali, semantici e grammaticali. L'ordine delle cose però non replicherà quello dei sapori avvertiti e dei segnali scoperti alle diverse letture, ma sarà quello dei loro nessi nella ricostruzione del senso che espongo.


Inizio annotando che la frase "spiavo dai pertugi accesi" fa insorgere bene l'immagine del segreto guardare qualcosa. Ma questa è la licenza letteraria, mentre l'analisi linguistica impone altre considerazioni. Un pertugio è un buco, una fessura, una fenditura, e non può essere "acceso" di per sé. Può essere acceso l'ambiente "nel" quale si accede, fisicamente o con la vista, "attraverso" la stretta apertura. L'inesattezza, legittima ed efficace sul piano letterario, avverte che bisogna stare attenti alla preposizione "dai", la quale potrebbe rappresentare un guardare sia da dentro a fuori sia da fuori a dentro. L'equivocità risulta comunque un "negato" guardare attraverso, che richiama la precedente vista "attraverso il vetro del finestrino". E cosa si guardava "attraverso"? La meridiana del proprio volto, ma quindi senza volerla vedere bene. D'altra parte, sempre nella frase dove si dice di spiare, non è scritto "le madri che cullavano ...". Se fosse "che cullavano", il pronome relativo individuerebbe proprio le madri, "le quali", appunto, cullavano. Invece si preferisce l'avverbio "mentre", che sottrae l'individuazione specifica delle madri aggiungendo il senso di un "durante il tempo". La durata nel tempo a sua volta richiama il clima di evocazione temporale introdotto poco prima da "antiche" (città) e poi rafforzato dagli imperfetti "potevano" (accendersi) e "animavano" (la vita). E ancora, l'evocazione temporale lega coi climi verbali della "lontananza" (laggiù, lontananza, antiche) e del confuso perdersi in tale lontananza (perduto, riflesso, confuso, fuggono, attraverso, immaginazioni). Anche la proposizione circa "l'intermittenza dei pensieri" è tutta in questo clima, non tanto o non solo perché sia un'intermittenza, ma soprattutto dal punto di vista grammaticale: non si usa la costruzione affermativa "Era l'intermittenza ..." ma la negativa "Non era che ...".
La reiterazione del clima di dispersione inserisce così il "cullare", il "cantare", le "madri" e i "bambini" tra gli stessi contenuti delle precedenti "immaginazioni". Ci si guarda allo stesso modo dai tempi infantili a quelli della maturità femminile, ci si chiede di se stessi ma si distingue soltanto che c'era, se si fa attenzione ai contenuti verbali, qualcosa di molto vitale: "potevano accendersi", "cieli stellati", "animavano la vita", "essere vera", "pertugi accesi". E si noti come certi valori semantici siano rafforzati dai segni fonetici: accendersi è dato con l'esplosiva "p"-otevano, i cieli allitterano in e-l-i con stellati, e poi ancora "v"-oci anima-"v"-ano la "v"-ita, sap-"esse" "ess"-"ere" v-"era", e di nuovo accesi è preceduto dall'esplosiva "p"-ertugi. Oltre al positivo effetto letterario, la circostanza indica che si è vissuto (e quanto si vive ancora?) un vero tormento di ricerca fra le pieghe dell'anima (i pertugi) con esito negato. Ma perché non si distingue che cosa era quel tanto di animato e acceso che c'era, e che evidentemente c'è ancora, altrimenti non emergerebbe con altrettanto grido di sofferenza?
Ebbene, ho detto che si nota un assembramento di terminologia di astrazione dal reale e di dispersione nella vaghezza. Si vede una sorta di lusinga interiore a perdersi nei riflessi, nel diffuso e confuso, nel fuggevole. Perché? Un lapsus rivela la ragione, ed è un lapsus della punteggiatura. Si legga la frase "E continuavo a bussare ...". Per dire correttamente ciò che il testo vorrebbe far pensare, cioè che le porte rimaste in piedi nascondono il vero, dovrebbe essere: "E continuavo a bussare alle porte (qui la virgola), rimaste in piedi nel nulla (senza virgola) a nascondere il vero ...". Invece come è scritta vuol dire: "E continuavo a bussare alle porte ..., (e continuavo) a nascondere il vero ...". Perciò si isoli nel contesto quel che segue: "Ero sola a tormentarmi fra i ruderi dei dubbi ... E continuavo a nascondere il vero ...". Ecco dunque che le parole che descrivono la ricordanza e il paesaggio interiore (quelle del disperso e confuso) indicano una ten-denza, forse oggi solo ten-tazione, a nascondere il vero. Questo ha fatto Anna e per questo si tormentava fra i ruderi dei dubbi.

 

A questo punto devo saltare avanti e osservare il momento in cui l'Anima indica cosa è accaduto. In realtà, come si vede dal resto, l'Anima indica sempre, ma qui in particolare insinua marcatamente quasi una dichiarazione diretta. Il testo dice: "Non c'è colore che puoi scegliere senza dar morte a un'altra parte di te." La riflessione esistenziale vuole esprimere una sorta di condizione umana inevitabile. Però questo è l'argomento della formalizzazione letteraria; nel contesto di cui finora ho parlato, il significato personale della frase è una verità di se stessa: "Ho dato colori alla mia vita nascondendo (ovvero reprimendo) una parte di me." Ciò detto, credo necessario un chiarimento, non per Anna che evidentemente segue il nostro discorso spirituale sulla letteratura, ma per chi altri leggesse senza poter distinguere, in questo particolare frangente, fra verità e nascondimenti dell'Essenza o della persona. L'Essenza non è un'entità separata che gioca a porre degli indovinelli; è invece da intendere come lo "sforzo superiore" di noi stessi (la spiritualità) al quale "diamo spazio inconsapevole" per mezzo di atti ed espressioni. Perciò mentre dico che l'Essenza indica, intendo pure che a quello sforzo superiore bisogna dare una mano per portarlo allo stato di coscienza. Per questo ricostruisco il senso anche di questa che ho chiamato dichiarazione, che non è stata frutto dei nascondimenti terreni di Anna, ma emerge così nell'attuale specifico modo dell'uomo incarnato di dare spazio inconsapevole al superiore se stesso.

E dunque approfondisco tale proposizione, letterariamente tesa, formalmente bella e compiuta, fortemente drammatica, senza fronzoli inutili. Essa non vuol dire, come sembra, che "allo scopo di dar vita" a un colore "si è dovuto dar morte" a qualcos'altro. Vale il contrario, perché si noti: nel significato letterale "non c'è proprio alcun colore" che puoi scegliere senza dar morte, eccetera. Quindi nel vero senso la "scelta" è di dar morte a quella certa parte, sostenendone la mancanza o repressione attraverso l'esaltazione di qualche altro colore. Ora, è anche chiaro che se la parte repressa è stata oggetto di scelta e sostituzione, essa doveva essere una parte fondamentale. Di conseguenza, il colore che l'ha sostituita è stato fatto diventare molto importante, affinché potesse sorreggere la sostituzione.

E adesso torniamo indietro, alla zona più complessa del brano, in particolare da "Persino la più malata ..." a "... senza che sapessi accoglierlo". Stilisticamente eterogenea, a tratti confusa e contraddittoria, con diverse concettualità, è una sciarada costruita fra impulsi e controlli, sentimento e cultura. Ebbene, qui i colori appartengono ai puntini giocosi. Questi puntini così animati (giocosi, volteggiavano) sembravano condurre "verso la sorgente della Realtà", maiuscola. Ma si devono osservare diverse cose. L'assenza di speranza "si nutriva della sua luce", tuttavia questa luce "era la stessa che correva nel sogno". Si direbbe perciò che si tratta di una luminosità "illusoria", e infatti più giù si vorrebbe che il "ricordo dell'Amore" non fosse quello che "vela lo sguardo nell'illusione". Ci sono poi quella ripetizione del verbo in "avessi imparato ad avere", che così assume il carattere di un "possessivo", e la definizione che in tal modo sembra posta aprioristicamente: "ricordo dell'Amore", il tutto invece di, per esempio, "avessi imparato a ricordare l'Amore" o, se proprio definizione deve essere, "avessi avuto il ricordo dell'Amore" (dove in questo caso "avere" sarebbe in tempo composto, non due verbi ripetuti). D'altra parte l'animazione dei puntini era un "commiato", tanto che il "gioioso volo" di un puntino fu sacrificato. Qui si tenta un'ambivalenza simile al "dai" dei pertugi accesi: perché l'animazione di "tutti" i puntini era "una danza di commiato" se solo "un" puntino "sacrificò per sempre il suo gioioso volo"? Il puntino è sacrificato quale parte repressa o si sacrifica per reprimere? Il tentativo di confondersi non ha rilevanza, e lo dice la frase "rischiarare le pareti aride del mio cuore". Quel che è avvenuto di importante è che sia stata comunque assunta una "espressione di vita", a ogni costo, la quale circostanza conferma ciò che basta: si è dato il commiato a una parte fondamentale di sé. E si veda in questa ottica perché una "stupenda meraviglia è imprigionata".


Ora, la maiuscola della "Realtà" e la sua definizione di "unica", al di là dei significati spirituali e cosmici concettualmente posti, nel contesto illusorio e possessivo suddetto suggeriscono qualche interpretazione di senso riguardante l'io-ego. Anche perché la preposizione "della" non apostrofata risulta un'accentuazione elaborata dell'unicità, per la quale bastava la maiuscola di Realtà, oppure isolando la preposizione si sarebbe potuta esprimere "della Realtà unica". Questa relazione (fra "unica Realtà" e io-ego) mi è poi confortata dal "cieco orgoglio" confessato più avanti nel testo. Tuttavia in questo punto particolare vorrei non andare oltre con l'individuazione di possibili sensi, mentre Anna potrebbe approfondire fra certi temi qui accennati la ricerca di cosa le sembra conducesse a una Realtà maiuscola (di intendimento cosmico o di realizzazione egoica o di entrambi come spesso accade), arrivando così a comprendere quali colori abbiano avuto un ruolo di sostituzione della parte repressa. In questo procedimento dovrebbe tener presente, come io sto intendendo, che il ruolo sostitutivo non li rende "finti". Il senso è che quei colori possono essere stati verissimi ma portati a una rilevanza esistenziale eccessiva, cioè squilibrata rispetto alla vitalità negata alla famosa "altra parte". Sempre qui però voglio anche aggiungere che il "nascondimento negatore" non è una "colpa" di Anna, perché se le pareti del suo cuore erano aride, come risulta dal pathos della relativa frase, probabilmente qualcuno le aveva inaridite affettivamente. Questo giustificherebbe l'appello a un più alto Amore, mentre il ritorno della concettualità, nel colto "vero ricordo: ciò che diviene", chiarirebbe quel che effettivamente avviene in tali circostanze: non si può interiorizzare nel solo puro sentimento l'Amore, quello dall'alto, se si nega una parte del proprio essere.

Mi spiego in altro modo. Che quei colori, cioè gli altri atteggiamenti esistenziali, siano veri si evince da "Eppure riuscii a sentire ...". Questa frase è confermativa, infatti contiene: un passato remoto (riuscii) che esce dall'indeterminazione dell'imperfetto e circostanzia il tempo, il "sì", la ripetizione del soggetto "io" e l'avverbio "davvero". Ma Anna è prigioniera della paura di vedere, al punto che perfino difendendo il suo sentire inserisce un valore semantico restrittivo: imprigionata. E ritorna al vocabolario della vaghezza (ricordi, velano, illusione, nostalgia, lontananze), che però stavolta è dovuto al disorientamento, il quale rende ambiguo o dotto e concettuale il contenuto. Comunque è tutto giusto così, la difesa, la confusione, l'ambivalenza, perché questa è un'invocazione che si potrebbe anche pronunciare: "Sì, davvero io ho sentito, perciò dimmi (all'Amore alto) qual è stato l'errore che non comprendo e a causa del quale ora mi illudo fra pensare e sentire?" Infatti si giunge, al termine della lotta, a chiedere qual è la causa di tutto ciò: "Che cosa assilla tanto la pace della semplicità ...?" E proprio qui seguono ancora, secondo me, le risposte dell'Essenza: il bellissimo letterario "ricordo senza nome" e "sordi urli dal basso".


Circa il senso di tali due risposte, senza entrare troppo nelle intime circostanze di vita, il compito che mi è stato affidato mi permette alcuni suggerimenti. I "sordi urli" appartengono, a questo punto direi ovviamente, alla parte alla quale si è "data morte". E poiché essi vengono dal "basso", quella parte è il basso e può dunque significare "ventre" o, forse meglio, "viscere" come istintualità. Ora, avendo notato che la modalità del reprimere (mascherare o nascondere) è uno schema reiterato, tanto che "è stato così che ogni volta ho preso in corsa un nuovo treno", direi che il problema è di avere ogni volta represso (o contenuto troppo) la "eversione" esistenziale associata all'istintualità, cioè che le tante esperienze (i tanti treni) della vita non sono state mai sufficientemente eversive da soddisfare le istanze più viscerali. Considerando che, quando si parla di istanze viscerali, non si intendono necessariamente tendenze omicide o lussuriose o le cose peggiori del male assoluto, ma si tratta di quelle personali, come potrebbe essere aver cura dei propri possessi o dell'orgoglio della propria persona se l'Anima deve risolvere una lezione di vera dignità del sé. Quindi con la precisazione appena svolta: l'affanno a "cercare di creare ciò che è già" (da notare "senza che sapessi accoglierlo") è di attuare esperienze sublimate rispetto all'eversione istintuale già posseduta dal "basso". In tali condizioni si direbbe che il colore scelto in sostituzione è di segno opposto al basso, cioè l'Alto.
Infine, il "ricordo" è "senza nome" tanto quanto la persona ha sottratto vitalità alla sua parte viscerale. Anna sembra un io ben strutturato ma complesso, spiritualizzato ma non ancora essenziale, probabilmente capace ma impaurito di contenere tutto se stesso. Perciò forse si allarga un po' delle proprie caratteristiche di elevazione, come allontanando da sé la completezza delle polarità "spirito e materia" che si afferra attraverso gli intermediari fisici ed emozionali.

 

Luigi Arista, Settembre 2007

 

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