Commento alla versione originale di Rudolf Steiner
Per quanto riguarda la versione originale di Steiner, ora
svolgerò delle osservazioni, come dire, avanzerò
alcune possibili rettifiche a quanto egli disse secondo
la sua esperienza e il suo pensiero. L'intento è
di interloquire con quella visione laddove mi sembra utile,
cioè di proseguire il cammino lungo le tracce della
ricerca spirituale, fra le quali stimo importante l'antroposofia.
Lo stesso Steiner invitava gli artisti a pronunciarsi secondo
la loro esperienza dell'arte (-E' perciò necessario
che da parte dell'artista stesso si faccia luce sull'arte;
in tal modo si getta un ponte fra le due sfere che non si
disturbano a vicenda, fra l'arte e la veggenza- in "Le
sorgenti della fantasia artistica e della conoscenza soprasensibile"),
e da parte mia è cautamente dopo lunga riflessione
che confronto le opinioni a cui sono addivenuto con i suoi
concepimenti della poesia.
Prendo come riferimento principale un brano di "L'origine
soprasensibile dell'arte", conferenza a Dornach del
12 Settembre 1920, che mi sembra sintetizzi quasi tutti
gli argomenti e le conclusioni dell'autore sulla materia,
anche a maturazione delle riflessioni iniziate oltre vent'anni
prima. In quella occasione egli si esprime così.
-Guardiamo ad esempio all'arte poetica. Teniamo presente,
secondo l'opinione di Lichtenberg, che quando si parla di
cose simili non bisogna dimenticare che il novantanove per
cento della produzione poetica eccede il fabbisogno dell'umanità
nel nostro pianeta e non è in genere neppure vera
arte, mentre per chi la pratica la vera arte poetica scaturisce
dall'intero uomo. E che cosa fa essa? Non si ferma alla
prosa: le dà forma, vi introduce la misura, il ritmo.
Fa qualcosa che l'uomo prosaico trova appunto superfluo
per la vita. Plasma ulteriormente quel che anche così
darebbe il senso che vi si vuol collegare. Quando, ascoltando
una recitazione che sia vera arte, si acquisti il sentimento
di quel che soltanto il poeta fa del contenuto prosaico,
si arriva a sensazioni singolari. Non si può sentire
come poesia il semplice contenuto, il contenuto prosaico
di una poesia. Si sente come poesia il modo in cui le parole
scorrono in giambi, in trochei o in anapesti, come i suoni
si ripetono in allitterazioni, in assonanze o in rime. Si
sentono molte altre cose riposte nel modo in cui viene plasmata
la materia della prosa. Questo deve entrare nella recitazione.
Si crede di recitare "artisticamente", quando
dall'intimo e con grande profondità apparente si
evidenzia solo il contenuto prosaico. Riuscendo a mantenere
realmente la singolare sfumatura di sentimento che è
racchiusa nella forma, si arriva a dire che essa va oltre
il sentimento solito: questo aderisce infatti alle cose
dell'esistenza sensibile, mentre la forma poetica non vi
aderisce. L'ho espresso prima quando ho detto che la poesia
vive più nell'atmosfera circostante; oppure si vorrebbe
irrompere fuori da se stessi, per sperimentare rettamente
fuori di noi le parole del poeta.
È così perché si esprime qualcosa che
fra nascita e morte non si arriva affatto a sperimentare.
Si manifesta qualcosa di animico di cui si può anche
fare a meno, volendo vivere soltanto fra nascita e morte.
Si può vivere benissimo fino alla morte e trapassare,
senza dare alla vita altro contenuto che quello prosaico.
Ma perché si sente il bisogno di aggiungere a questo
spoglio contenuto prosaico ritmo e assonanza, allitterazione
e rima? Perché si ha in sé più di quanto
ci occorre fino alla morte; perché si vuol plasmare
questo sovrappiù ancora in questa vita. E' previsione
della vita che viene dopo la morte: si è indotti
non solo a parlare, ma a parlare poeticamente, abbiamo già
in noi quel che segue la morte. Come dunque scultura e architettura
sono in relazione con la vita prenatale, con le forze che
ci sono rimaste dalla vita prenatale, così la poesia
è in relazione con la vita che si svolgerà
dopo la morte, con le forze che già ora sono in noi
per la vita dopo la morte. È soprattutto l'io, quale
vive fra nascita e morte, quale passa per la morte e poi
continua a vivere, quello che già ora porta in sé
le forze che manifestano l'arte poetica.
(
)
Così le arti rinviano dappertutto al soprasensibile.
Per chi possa sentirla nel modo giusto, la pittura è
una manifestazione del mondo spirituale da cui siamo circondati
nello spazio, che dallo spazio ci compenetra e nel quale
ci troviamo fra l'addormentarci e lo svegliarci. La scultura
e l'architettura attestano del mondo spirituale che attraversiamo
fra la morte e una nuova nascita prima della concezione
e della nascita; la musica e la poesia testimoniano di come
viviamo la vita nel dopo morte. Così la nostra partecipazione
al mondo spirituale penetra nella nostra corrente vita fisica
sulla terra.
Se consideriamo le arti che immettiamo nella vita da un
punto di vista angusto, come dipendenti soltanto da quel
che si svolge fra la nascita e la morte, togliamo ogni senso
alla creazione artistica. Essa è infatti senz'altro
un'immissione di mondi spirituali soprasensibili nel mondo
fisico sensibile. Solo perché siamo spinti da quel
che portiamo in noi dalla vita prenatale, perché
siamo spinti nello stato di veglia da quel che portiamo
in noi dalla vita soprasensibile durante il sonno, perché
siamo spinti da quel che ora è già in noi
e ci configurerà dopo la morte, introduciamo architettura,
scultura, pittura, musica e poesia nel mondo dell'esperienza
sensibile. Se di solito non parliamo dei mondi soprasensibili
è solo perché non comprendiamo neppure quello
sensibile, e soprattutto non capiamo quel che una volta
la cultura umana spirituale conosceva e che ora è
andato perduto, si è fatto superficiale: l'arte.-
Le prime frasi che annoto sono queste: -... per chi
la pratica la vera arte poetica scaturisce dall'intero uomo.
E che cosa fa essa? Non si ferma alla prosa: le dà
forma, vi introduce la misura, il ritmo.- Da un punto
di vista esterno sembra effettivamente che il poeta dia
una particolare forma a un pensiero che potrebbe essere
scritto anche in prosa. In realtà questo pensiero,
che provoca l'impulso a scrivere poesia, non è concepibile
in prosa, esso è nascente di natura poetica fin dal
suo affioramento presso la mente. Una certa confusione di
idee sull'origine della poesia è dovuta al fatto
che tale pensiero sembra poter sussistere anche in prosa,
se spogliato della forma poetica. Ma non è così.
E cosa accade in realtà? Per intenderci, io chiamo
"pensiero irrazionale" quel che si attinge per
"ispirazione" da ciò che Steiner definisce
"soprasensibile". Ebbene, l'impulso poetico corrisponde
alla tensione formalizzante di un pensiero irrazionale.
Come dice Steiner in un'altra sede prima citata, a differenza
del veggente l'artista non esercita il controllo cosciente
di quanto gli si presenta per ispirazione, cioè gli
affiora nella mente irrazionale, rispetto a quanto già
possiede di concettualizzato ed estetizzato. Perciò
è inevitabile nella realtà vitale del poeta
che l'impulso poetico faccia i conti con la sua mente estetica
e concettuale. Egli non può che tendere a risolvere
l'ispirazione tra forma e concetto, dove il concetto consiste
di argomenti e le forme sono ciò che traslano gli
argomenti verso il vero contenuto dell'ispirazione.
Non v'è dubbio che il poeta compia uno speciale lavoro
di formalizzazione, e ci sono autori o casi di scrittura
in un autore dove tale lavoro è particolarmente complesso
e articolato. Ci sono invece autori o casi di scrittura
in un autore dove la forma conclusiva del testo è
pressoché quella nata coi primi gesti di scrivere.
Ciò dipende da come, al sorgere dell'impulso poetico,
questo si fa strada entro la mente estetica e concettuale
del poeta, che è individuale e al contempo appartiene
all'epoca culturale umana che si sta vivendo. Durante la
formalizzazione letteraria dell'impulso poetico possono
addirittura venire cancellate e sostituite parole, oltre
che cercate misure e assonanze e via dicendo, modificando
del tutto il risultato di pensiero che si otterrebbe in
prosa. Il vero poeta va avanti nella formalizzazione fino
a sentire un respiro, uno stato interiore che gli indica
il termine del suo lavoro, qualunque parola infine abbia
scritto, qualunque misura e sonorità abbia adottato,
qualunque figura retorica abbia costruito. Il punto è
che quanto egli ha scritto non era a priori concepibile
in prosa. Pertanto, non sembra esatto dire che la poesia
-plasma ulteriormente quel che anche così darebbe
il senso che vi si vuol collegare.- Senza la formalizzazione
poetica la frase avrebbe semplicemente un argomento esteriore
esplicito; non darebbe alcun giusto senso da collegarvi,
perché il suo senso non è quello reperibile
eliminando la forma.
Questa precisazione non è marginale, è fondamentale
per comprendere che davvero -Non si può sentire
come poesia il semplice contenuto, il contenuto prosaico
di una poesia-, cioè quello che io sto chiamando
argomento. Tuttavia non coglie giustamente nel segno credere
che -Si sente come poesia il modo in cui le parole scorrono
in giambi, in trochei o in anapesti, come i suoni si ripetono
in allitterazioni, in assonanze o in rime.- Non è
corretto per due motivi. Uno è che la poesia non
consiste soltanto degli attributi ritmici ed eufonici, prettamente
formali. Le parole in sé sono determinanti della
formalizzazione poetica, anche se non producono ritmi e
assonanze. Ovvero si può dire che ogni "scelta"
di parole, coi caratteri tematici, grammaticali e di dislocazione
nel testo, produce altri connotati poetici, quelli di tipo
semantico, i quali creano immagini, rinviano, evocano, climatizzano,
richiamano argomenti. Questo ci viene confermato dall'effetto
di figure retoriche quali per esempio l'ossimoro e il chiasmo,
o anche meglio, esulando dalla poesia, ci viene confermato
dalla reazione che si prova davanti a una nuova metafora
indipendentemente dalla percezione di specifiche forme.
In quel caso l'effetto dipende dall'analogia prodotta fra
significati.
L'altro motivo lo rileviamo su un'altra insistenza di Steiner
a proposito della forma, quando ripete (nella conferenza
"Antroposofia e poesia" del 20 Maggio 1923 a Oslo):
-In poesia non importa affatto il contenuto prosastico,
non importa il contenuto della parola, ma come il vero artista,
come il poeta la forma. Tuttavia neanche l'uno per cento
di chi scrive versi è artista vero. E' importante
quel che il poeta raggiunge con i diversi elementi: musicale,
ritmico, melodioso, tematico, immaginativo, con l'accento,
non col significato letterale. Il significato letterale
riguarda la prosa. Nella poesia importa come la si tratta.
Se ad esempio si sceglie un ritmo veloce. Un ritmo che corra
rapido ed esprima qualcosa ci potrà dare un'eccitazione
gioiosa. Per la poesia è del tutto indifferente dire:
l'eroe era in gioiosa agitazione. Questa è prosa,
anche se compare in una poesia. In poesia l'essenziale è
anche scegliere un ritmo che sia veloce. Dire: la donna
era turbata in fondo all'anima, è prosa anche se
è parte di una poesia. Se si sceglie un ritmo che
fluisce in onde miti e lente, si esprime la mestizia. Tutto
dipende dalla forma, dal ritmo. Se dico: l'eroe diede un
gran colpo, è sempre prosa. Se invece prima ho usato
il tono usuale e poi do un tono pieno, salgo come già
predisposto dal poeta con delle u o delle o, invece che
con delle e o delle i, esprimo nel linguaggio, nel trattare
il linguaggio, proprio quel che deve risultare, ed è
questo che importa nella vera arte poetica.- Si vede
qui la percezione non risolta che alcuni nessi del potenziale
poetico riguardino anche qualcos'altro, per esempio quel
che chiamiamo "immagine" concettuale o tematica
e che poi trae la sua forza dall'uso delle parole come poc'anzi
ho detto. Ma in compendio emerge di nuovo un'idea limitata
della forma, corrispondente a ciò che molti credono
ancora: che essa ci sia a procurare l'emozione o comunque
l'effettivo stato d'animo connesso a una certa frase o a
un certo argomento. E' in parte vero, ma non è la
vera o la sola ragione della forma. Comunque esaminiamo
questa ragione sull'esempio steineriano. Non è vero
che la frase "la donna era turbata in fondo all'anima"
non sarebbe mai poetica poiché non possiede -onde
miti e lente- come la mestizia. Dal punto di vista fonetico,
la parola "turbata" rende l'effetto di una cupa
agitazione, attraverso l'oscurità della vocale u
esaltata dall'adiacenza delle a e posta nella movimentazione
delle consonanti t r b t. Tale effetto d'altronde si lega
con il "fondo all'anima", del quale si noti pure
che i fonemi richiamano distintamente la parola "donna"
tramite la d, le o e le a. Dal punto di vista ritmico, il
turbamento è reso ai suoi effetti attraverso lo sdrucciolo
finale della frase, che si presta persino all'indecisione
metrica fra endecasillabo e dodecasillabo. Per cui, un turbamento
non deve corrispondere necessariamente alla mestizia, tanto
che in questo caso l'effetto dato è invece quello
altrettanto appropriato dell'agitazione, e le onde miti
e lente non sono necessarie. Orbene, in tal breve modo avrei
mostrato l'ingenuità dell'analisi formale di Steiner
o del suo esempio, ma veramente quanto ho esposto mi serve
ad altro. Mi serve a dimostrare come la sua idea della forma
fosse ancorata a ciò che già allora era una
visione stereotipa e insufficiente, quella dell'intonazione
a un determinato stato d'animo, mentre in poesia né
la forma da sola né tanto meno un suo solo aspetto
sono declinabili in modo univoco.
Il punto è che il fenomeno poetico mostra più
complessità e misteri di quanto ogni volta si creda.
Vi è una dinamica "essenziale" nella necessità
imprescindibile dell'arte, cioè nella inscindibilità
di forma e argomento. Il segreto è che tale inscindibilità
non è giusta e necessaria come la taglia e la fattura
del vestito indossato da un uomo, ma lo è in quanto
immagine sintetica dell'uomo con il vestito che indossa.
Lo è perché nella sintesi di forma e argomento
nasce il "rinvio" spirituale al "contenuto".
In questa inseparabilità non si può sottovalutare
il valore "attuale" delle parole e della grammatica,
che danno luogo all'argomento e alla forma. Non si può
sottovalutare l'argomento perché esso è sostegno
della forma, né si può sopravvalutarlo perché
il vero contenuto non è riposto in esso. Non si può
circoscrivere esattamente ed estrarre la forma, perché
la forma da sola non è nulla e il campo degli attributi
formali non è con certezza delimitabile da quello
dell'argomento. Ci vuole solo sensibilità, sempre
più sensibilità per entrare ogni volta di
più negli effetti dell'arte, senza però scoprirne
mai tutti i misteri, perché anche la sensibilità
artistica è mistero. Pertanto volevo dire, è
solo a un livello di "avvistamento" che si sente
come poesia ciò di cui parla Steiner, nel senso che
certi aspetti della forma procurano solo l'ingresso negli
effetti poetici, mentre interiormente accade qualcos'altro.
Allora, circa il fatto che -Si sentono molte altre cose
riposte nel modo in cui viene plasmata la materia della
prosa-, prima di tutto mi sembra opportuno tener presente
che realmente in poesia non è "plasmata la materia
della prosa", perché appunto il suo contenuto,
la sua materia, non appartiene alla prosa, ove il termine
prosa è qui usato ovviamente per intendere il linguaggio
della normale comunicazione. E poi, più esattamente,
si sente come poesia non tanto "il modo", quanto
ciò che viene "portato a percezione attraverso
il modo", dove tale percezione non è semplicemente
una reazione emotiva. Cioè, tramite tutte insieme
le caratteristiche che abbiamo fin qui visto, l'argomento,
le figure retoriche, la fonetica, il metro, le immagini
concettuali, si anima una percezione che riguarda l'organismo
interiore interamente, dall'emozione, al pensiero cosciente,
all'intuizione e ad altre forme di pensiero irrazionale.
A questo punto la questione è cruciale. Steiner
domanda per introdurre la sua conclusione: -Ma perché
si sente il bisogno di aggiungere a questo spoglio contenuto
prosaico ritmo e assonanza, allitterazione e rima?-
E da qui sembra ancora che egli trovi essenziale la "forma"
associata a un contenuto altrimenti esprimibile in prosa.
Ma come dicevo, la forma è essenziale giusto in quanto
"porta" un contenuto in più o anche diverso
dall'argomento. Perciò il bisogno non è quello
di aggiungere qualcosa, è piuttosto quello di esprimere
il senso portato nell'unità di forma e argomento.
Dunque, se la successiva conclusione di Steiner è
deduttiva, essa potrebbe essere imprecisa, nascendo da un'opinione
imprecisa circa la funzione formale e del concetto di contenuto.
Egli forse non poté trovare con chiara distinzione
la funzione animica della poesia. Sentì o vide che
nella poesia si esprime il soprasensibile, e infatti risponde
alla domanda introduttiva: -Perché si ha in sé
più di quanto ci occorre fino alla morte-, ma
forse cercò di dedurre da presupposti imprecisi lo
scopo poetico del "più" che possediamo:
-perché si vuol plasmare questo sovrappiù
ancora in questa vita.- Sicché penso che possa
essere imprecisa la sua conclusione: -E' previsione della
vita che viene dopo la morte ... così la poesia è
in relazione con la vita che si svolgerà dopo la
morte, con le forze che già ora sono in noi per la
vita dopo la morte.-
Ovvero, sono portato a cogliere in senso generale, di una
influenza animica sull'arte e di una espressione soprasensibile
nell'arte, ciò che egli dice allorquando riassume:
-Solo perché siamo spinti da quel che portiamo
in noi dalla vita prenatale, perché siamo spinti
nello stato di veglia da quel che portiamo in noi dalla
vita soprasensibile durante il sonno, perché siamo
spinti da quel che ora è già in noi e ci configurerà
dopo la morte, introduciamo architettura, scultura, pittura,
musica e poesia nel mondo dell'esperienza sensibile.-
Credo infatti che l'intuizione o la visione di un senso
profetico nella poesia veda nel vero. Tuttavia personalmente
ho sentore di una profezia, o di un annuncio, che l'Anima
esercita durante questa vita per la nostra evoluzione in
questa vita (una più estesa spiegazione del perché
e del come avviene il pronunciamento animico ho tentato
di darla nel mio saggio citato). Perciò penso che
la relazione della poesia con "la vita dopo la morte"
debba essere considerata in altro senso da quello steineriano,
cioè vada riferita alle tante "pasque",
alle tante morti e rinascite, che anche durante una vita
terrena la nostra coscienza deve compiere.
A meno che il resoconto conclusivo di Steiner, così
ben articolato: -La scultura e l'architettura attestano
del mondo spirituale che attraversiamo fra la morte e una
nuova nascita prima della concezione e della nascita; la
musica e la poesia testimoniano di come viviamo la vita
nel dopo morte-, non provenga del tutto da ispirazione
veggente che ha colto chiaramente il nesso delle arti con
la realtà soprasensibile. Egli termina così
l'intervento principale citato: -Quando leggiamo a trent'anni,
vi colleghiamo il ricordo di aver appreso a leggere ventidue
o ventitre anni prima, ma non osserviamo che in ogni momento
fra nascita e morte vibra e pulsa in noi quel che abbiamo
vissuto fra l'ultima morte e questa nascita. Guardiamo a
quel che è stato generato da quelle forze nell'architettura
e nella scultura: se lo comprendiamo nel modo giusto, lo
trasferiremo anche giustamente nella vita e riconquisteremo
un senso per passare dalla prosa al ritmo, alla misura e
alla rima, all'allitterazione e all'assonanza della poesia
che appaiono superflue rispetto alla vita prosaica. Collegheremo
allora quella sfumatura di sentimento col germe dell'essere
immortale che portiamo oltre la morte. Diremo: nessuno potrebbe
diventare poeta se in tutti noi non ci fosse quel che nel
poeta in effetti agisce creando, vale a dire la forza che
si manifesta solo dopo la morte, ma che già ora è
in noi.-
Ebbene, io sono propenso a credere che una forza o dimensione
in noi è capace di prevedere, annunciare il nostro
stato animico e le nostre necessità di cammino esistenziale
per questa vita, cioè fra nascita e morte. In tal
senso intendo che essa sia una forza che già vede
oltre il presente e oltre questa vita. Dunque in tal senso
intendo che quella forza, che sta al di sopra del tempo
della vita terrena, corrisponde alla nostra consistenza
soprasensibile dopo la morte e dopo la morte si manifesterà
nel mondo spirituale, mentre ora è già presente
in noi come forza dell'Io superiore dato all'Anima. Ciò
non toglie che la circostanziata sicurezza con cui Steiner
afferma la sua versione mi induce a riflettere su ulteriori
possibili risvolti spirituali della poesia, dei quali ancora
non abbia preso coscienza attraverso la mia esperienza artistica
e il mio conseguente pensiero.
Luigi Arista (dal Maggio 2005 rivisto nel Marzo 2006)
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