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Confusione

(Su una lirica di Garçia Lorca)

classifica: armonie nascoste

Confusione

 

Il mio cuore
è il tuo cuore?
Chi mi riflette pensieri?
Chi mi presta
questa passione
senza radici?
Perchè il mio abito cambia
colore?
Ogni cosa è crocevia!
Perchè vedi nella melma
tante stelle?
Fratello, sei tu
o sono io?
E queste mani così fredde
sono di quello?
Mi vedo nei tramonti,
e un formicaio di gente
mi cammina nel cuore.

 

(Federico Garçia Lorca)

 

 

Cerco confusa quel punto all'infinito ove tutto miracolosamente si ricompone. Mi accade sempre nelle ombre dello smarrimento. E' lì, in quel punto imprecisato, nella vastità dello spazio, dove il pensiero respira e prende aria, dove forse tutto si volatilizza, che trovo la quiete. Mi compare così, improvvisa, ma è come se arrivasse lentamente. E mi avvolge, mi placa, mi risana.
Nei labirinti, la mia anima ha bisogno di distanza, che lo sguardo possa naufragare lontano, perdersi nel luogo - che è luogo fisico e misterioso - dove tutto davvero sembra compenetrarsi. E' un bisogno istintivo, un gesto naturale. Quando la mente si offusca, gli occhi cercano l'infinito. E' sempre stato così, fin da bambina: cercare un punto dove la vista possa spaziare lontano, lontanissimo, talvolta è bastato un anfratto di luce tra palazzi metropolitani, quel punto di fuga ove riuscire a incunearsi per trovare la vastità. Solo così trovo il silenzio che annulla tutto e tutto comprende.
Sono donna di labirinti da sempre e nelle curve troppo spesso segno le mie prospettive. Fa parte della frenesia del quotidiano, che pure mi affascina, e vivo immersa in quel fiume di vita che frena le caviglie, impasta l'incedere. Nel fango cammino, non arranco. So che così deve essere e lascio che sia, lo corteggio persino quel fango, ci vivo insieme come un amante a cui fingi solo di voler sfuggire. E lascio, con un retrogusto di piacere, che quel tumulto di gente, che fa la mia vita, mi investa e mi travolga. Così scorre piacevole il giorno, pieno di folla sul cuore, di dubbi, di domande insolute, di scelte rimandate che giacciono sopite da qualche parte, confusione intrigante, a cui ogni sera giuro che resisterò, che domani... sì domani mi alzerò, farò mezz'ora di meditazione e riprenderò in mano la mia vita. Camminerò con la testa leggera e il cuore riposato. Più distante dal suolo, soltanto qualche centimetro basterà a farmi camminare meno pesantemente. Poi il giorno arriva e ciò che indosso sono ancora gli scarponi, perché è questo che voglio: riempirmi di melma e lasciare che il sole asciughi i miei passi e i miei vestiti.
Ma arriva un momento in cui tutto deve fermarsi. Arriva da sé, senza essere richiesto. Arriva e basta. Allora gli occhi cercano l'infinito, quel punto imprecisato di vastità, quel punto d'orizzonte che straordinariamente mi si apre davanti ovunque io sia, quel punto dove il dipinto prende aria e tutto dolcemente, teneramente, si ricompone. E mi sembra di vederlo sorridere quel Dio che da sempre mi accompagna in silenzio, mi sembra di vedere la sua smorfia di complicità, il tocco lieve delle ciglia, lo sguardo di chi si compiace.

 

Rosangela, Settembre 2007

 

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