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Arturo Onofri è noto come poeta singolare ma non
importante della prima parte del novecento. Ne vengono segnalate
l'attività culturale e una qualche influenza sui
successivi ermetici. Della sua poetica è generalmente
detto che l'impulso lirico iniziale si smorza quasi sempre
nella costruzione mentale, cosa sulla quale concordo. Così
appare e viene commentato nelle antologie, tuttavia nelle
storie della letteratura e in quelle delle teorie letterarie
non si trova mai approfondito abbastanza il suo lavoro di
pensatore spiritualista. Nel 1925 pubblicò (Laterza,
Bari) il tomo fondamentale "Nuovo Rinascimento come
arte dell'Io" (oggi recuperabile tramite contatto con
La Finestra editrice, Lavis - Trento)
In questa veste, è un autore del quale condivido
molti presupposti circa l'intendimento della poesia e diversi
punti di vista su di essa e sulla produzione poetica moderna.
Non ne condivido, invece, il conseguente impianto teorico
e la prospettiva verso la quale vorrebbe condurre.
Sul suo pensiero, sto preparando una critica che richiede
riflessione e che al termine pubblicheremo su questa stessa
pagina. Nel frattempo, trascrivo un brano del volume di
Onofri, conclusione tecnica dei suoi presupposti su una
sorta di "missione" del poeta e sulla poesia che
secondo l'autore "si deve" produrre.
Sebbene il libro sia piuttosto pletorico e contenga toni
da èpos strani per chi, come lui, aveva abbracciato
una dottrina occulta, ne consiglio la lettura a coloro che
volessero svolgere una ricerca spirituale intorno all'arte
letteraria, indipendentemente da quanto si possa concordare
con ciò che vi è detto, perché lo ritengo
comunque un capitolo importante delle concezioni spiritualiste
sulla letteratura.
Arturo Onofri
Nuovo Rinascimento come arte dell'Io
dal Cap. V - La tecnica
Noi vogliamo soltanto domandarci: quand'è che il
poeta può manifestare, articolare con le parole l'essenza
cosmica stessa, senza che egli scambi, intralci e confonda
il mondo della realtà spirituale con il suo mondo
personale ed empirico di sentimenti, di attività,
di pregiudizi, di concetti, di bisogni pratici? Quand'è
che il poeta non vuole più esprimere con la parola
sé stesso, come uomo singolo vivente una certa vita,
cioè il suo proprio io egoistico, da articolarne
sia pure in forme armoniose e affascinanti, in forme di
euritmica composizione, lo sfogo della sua propria personalità
psichica, ma vuole invece arrivare a manifestare, ad esprimere
il mondo "oggettivo" nella sua essenza spirituale
(in quel momento storico che il mondo sta appunto vivendo
spiritualmente), e insomma vuole non più esprimersi,
ma "esprimere assolutamente"? Solamente se noi
troveremo una risposta chiara e decisiva a questa domanda,
troveremo qualche cosa che si potrà chiamare la "tecnica
del metodo".
Infatti lo stato poetico positivo non sarà mai uno
stato di frenesia passiva e inconscia, nel quale il poeta
perda sé stesso nell'ubriachezza dell'entusiasmo
creatore (ideale ultraromantico che è il polo opposto
della creazione artistica e che sta all'arte come l'orgia
sta all'amore, come un mondo di dèmoni e di spettri
sta al vero cielo), ma sarà uno stato di limpida,
dominata e vibrante consapevolezza di sé, in quanto
e in ciò che si sta creando artisticamente. Il mondo
medianico e la frenesia di uno stato che si è soliti
da qualche tempo chiamare dionisiaco, è un mondo
di suggestioni e autosuggestioni caotiche, che nei veri
artisti coincide con la passività, con la stanchezza
espressiva, con l'apatia, e insomma con la momentanea rinuncia
a creare. Nulla di più personalistico e anticreativo
del cieco turbine di passioni e d'istinti, fra i quali in
prima linea quello di darsi in balia ad un'ispirazione orgiastica
che tira a indovinare con le parole, come un uomo che spara
contro un bersaglio invisibile. Nel maggior numero dei casi
egli non coglierà nel segno, e, se pur coglierà
nel segno, quel cogliere per caso darà un risultato
artistico completamente negativo, anche se ad alcuni critici
impreparati possa temporaneamente sembrare un vero risultato
creativo. Questi poeti, che per caso danno nel segno, producono
quelle opere buie e snervanti nelle quali si brancola fra
le parole. Opere spettrali e di incubo. Risultato tipico
ne è il sovrabbondare della materia verbale in rapporto
all'essenza, allo spirito dell'espressione, e in cento pagine
si trova diluito ciò che avrebbe avuto la sua giusta
manifestazione forse in dieci o in cinque potenti tratti
verbali. Opere sbagliate da cima a fondo, arsenali d'intenzioni
irrealizzate, e magazzini di materia esanime, con qualche
lampo casuale, che tanto più accentua il vuoto e
il pretenzioso dell'insieme.
Questo è il carattere saliente della poesia che si
lascia portare da uno stato di verbalismo diffuso e istintivo.
Poesia che è appunto quasi tutta frammentaria, non
già per la brevità delle composizioni, come
credono gl'inconsapevoli materialisti dell'arte, ma per
la ragione esattamente inversa: per una sproporzionata preponderanza
della materia verbale rispetto alla reale volontà
espressiva impiegata, che è minima. Il grosso corpo
verbale schiaccia e soffoca il tenue spirito espressivo
che avrebbe voluto manifestarsi, ma poiché l'autore
non ha saputo riconoscerlo, ne è nato un ammasso
informe, un aborto. Sovrabbondanza dell'elemento fisico-strumentale,
sovrabbondanza della materia, la quale denuncia sempre il
materialismo intrinseco dell'autore.
Ecco dunque che troviamo risolto un aspetto del problema:
un'opera poetica esiste quando il volume, il numero delle
parole che la compongono è quello esatto e necessario.
Problema matematico dell'arte, che avrà però
la sua giusta soluzione implicitamente, se lo porremo così:
quando avviene che il poeta può giungere all'espressione
poetica giusta, cioè attraverso un materiale verbale
esatto? Quand'è che il corpo (di parole) di una poesia
è perfetto e corrisponde esattamente allo spirito
della poesia? La risposta a questa domanda è facile,
e ci porterà di un passo verso la soluzione di tutto
il problema tecnico. Si può affermare che il poeta
realizza un corpo verbale perfetto quando si attiene assolutamente
allo spirito della poesia che vuole manifestarsi attraverso
di lui, e sa escludere dal campo della sua espressione tutto
ciò che non è quel certo spirito espressivo.
E ciò avviene, s'intende, quando il poeta non si
mette in mezzo personalmente, non interviene con la sua
volontà singola di uomo empirico, di personalità
propria. Quando egli, come volontà personale, interviene
nell'opera sua, il risultato è sempre una deformazione,
uno snaturamento poetico, e l'opera è mancata. Si
tratta dunque di uno stato di oggettività assoluta
(anche quando il poeta parla nel nome dell'io), stato di
oggettività assoluta che egli deve realizzare spiritualmente.
E questa è la tecnica che vogliamo trovare. L'artista
deve arrivare a lasciar agire spiritualmente in lui lo spirito
di quella certa poesia che vuol nascere al mondo in parole
attraverso di lui, e perciò deve portare la sua volontà
a coincidere con la volontà di quel certo spirito
poetico creativo, rinunciando ad ogni altra velleità
personale, più o meno burrascosa. Volontariamente
egli ha da immedesimare la propria singola volontà
d'uomo-artista con la volontà poetica che vuole agire
mediante di lui. Egli deve trovare la dedizione matematicamente
esatta a quello spirito.
La miglior condizione per giungere a tanto sarebbe, evidentemente,
che il poeta potesse conoscere quella volontà poetica
quale un essere oggettivo, così come coi sensi si
conoscono gli oggetti del mondo sensibile. Raggiungere lo
stato di abnegazione interna sufficiente a sopprimere volontariamente
la propria volontà, per far agire la Volontà
stessa, diventerebbe allora facile. E quella Volontà
diventa, appunto, la volontà stessa del poeta, ed
egli stesso è trasfigurato momentaneamente nello
spirito poetico, a cui deve dar forma e vita nelle parole.
Già risulta chiaramente che non si tratta di una
passività dello spirito, di una frenesia cieca, di
un invasamento spirituale per lasciar che le cose avvengano
come esse credono meglio: non si tratta di un assopimento
o di un'abolizione della volontà, per un'esasperazione
dell'istinto, bensì, all'opposto, di un'attiva volontà
che riconosce una volontà superiore alla sua e fa
uno sforzo cosciente per diventare essa stessa quella volontà
superiore, la quale viene così ad essere accolta
in lei, a identificarsi con lei, e può crearsi da
sé stessa la sua forma di manifestazione nell'interiore
dedizione del poeta. Di qui il carattere religioso dell'arte.
Novalis diceva che le rivelazioni autentiche sono piuttosto
il frutto della fredda ragione tecnica e del calmo senso
morale, anziché il frutto di uno sbrigliamento sfrenato
e caotico. E ciò facendo, il poeta compie una vera
azione auto-creativa. Egli per primo risulta trasformato
dall'opera sua, ed egli stesso, nella sua continua trasformazione
spirituale, è la riprova vivente che le opere da
lui prodotte sono vive. Egli stesso è un consapevole
figlio della sua opera, ma solo quand'essa è concepita
in lui senza macchia di passionalità personale, perchè
codesta passionalità personale ha saputo domare e
trasformare sé stessa per assurgere a volontà
spirituale oggettiva. In questa continua auto-creazione
spirituale progressiva, attraverso la propria arte, è
ormai la riprova che l'artista esiste davvero. Se l'uomo,
ad opera compiuta, intrinsecamente resta quel che era, la
sua opera d'arte è conseguentemente mancata. Il problema
della tecnica tratterebbe dunque della capacità di
accogliere coscientemente, nella propria volontà
umana, un certo spirito di rivelazione superiore, eliminando,
in quel momento, tutto ciò che non è esso,
"astraendo" da tutto il resto del mondo, sia umano
sia non umano.
Questo è l'enunciato; ma l'enunciato ha già
la caratteristica di contenere i lineamenti della soluzione
che cercavamo, e di fornire i termini precisi del metodo.
Infatti risulta che nell'astrarre da tutto ciò che
non è quella certa poesia, è già l'attuazione
di quella certa poesia. Uno stato di "concentrazione
volontaria", astratto da tutto il resto, è l'atto
fecondatore per il quale, con la parola umana, si può
mettere al mondo una rivelazione divina. Questo stato di
concentrazione è uno stato che nasce e si sviluppa
in virtù di uno speciale allenamento interiore, quale
deve essere condotto e diretto dal poeta stesso con la sua
propria volontà. Ed è un campo d'innumerevoli
prove, cadute, vittorie, tentativi artistici e realizzazioni
coscienti. Una vera scienza del Verbo, una logologia (per
usare una parola di Novalis) dovrà sorgere via via
nell'avvenire, ed è vero che i risultati, nelle varie
tempre d'artisti, saranno differentissimi l'uno dall'altro,
ma è pur vero che il metodo, la via, l'allenamento
da seguire rimane uno. Questo metodo è indicato nelle
prime linee del Vangelo di S. Giovanni, quando il Verbo
divino viene chiamato il principio creatore di tutte le
cose e di tutte le creature. Un'immagine del Verbo creatore
è appunto la parola umana, ma essa ne è un'immagine
in movimento, un'immagine vivente che tende a riprodurre
in sé l'attività creatrice divina, in quanto
pel tramite della parola l'uomo può compiere interiormente
una "azione" la cui efficacia, sul mondo spirituale
stesso, si manifesta come modificazione di quel mondo, in
qualità di creazione che opera sull'intero mondo
spirituale. C'è dunque una parola creatrice umana,
come c'è una parola creatrice divina. Ma mentre quest'ultima
agì direttamente sul mondo come creazione di creature,
di cose e di avvenimenti, la parola può agire solo
indirettamente su di esso attraverso lo spirito umano, in
quanto la parola si fa consapevolmente azione spirituale
dell'uomo che la pronuncia, e che trasforma, attraverso
la parola, la propria coscienza d'uomo. Bisogna dunque che
la parola dell'uomo sia illuminazione spirituale dell'uomo
stesso, sia veicolo, tramite di auto-rivelazione; e colui
che userà la parola nel suo più alto registro
di possibilità attive, userà la parola come
strumento di illuminazione su quella realtà di presenza
che opera in tutto il mondo sotto specie d'uomo. Il poeta,
dunque, ha da diventare un auto-illuminato del linguaggio,
un auto-illuminato "dal" linguaggio.
Non soltanto la parola in quanto mezzo di descrizione, di
resoconto, di strumento didattico-espositivo, e tanto meno
di sfogo psicologico personale, ma la parola in quanto iniziatrice
ai misteri, in quanto strumento d'auto-iniziazione ai mondi
superiori. Questo è l'interno metodo del poeta. La
parola come azione per giungere alle verità soprannaturali:
ecco il culto della nuova poesia, e ad esso deve mirare
coscientemente colui che vuol assumere il nuovo grande compito
della poesia. Egli potrà realizzare il metodo, in
proporzione di quanto la parola gli sarà strumento
per unire la sua propria coscienza d'uomo al Verbo creatore
operante nel mondo, cioè al Cristo di S. Giovanni.
La parola offerta al servizio del Cristo vivente. Ma, si
badi, non soltanto al Cristo della storia, non al Cristo
di questa o quella confessione religiosa, ché allora
il poeta sarebbe prete o predicatore, bensì al Cristo
vivente che opera "ora e sempre" sul mondo e nel
mondo, spiritualmente. All'azione vivente e attuale del
Cristo come essere vivente, il poeta si unirà consciamente
mediante la parola. E i suoi compagni umani conosceranno
dalla sua parola l'azione attuale del Cristo nel mondo.
Questo metodo, il poeta potrà realizzarlo solo per
via della conoscenza di misteri che si possono rivelare
mediante la parola. Il canone fondamentale di tale realizzazione
è nel quarto Vangelo, nel Vangelo della Parola, ma
la capacità di unione progressiva è nella
volontà di concentrazione e di unione del poeta col
Verbo, cioè nella sua proporzionale capacità,
dentro l'orizzonte poetico stesso, di astrarre per quanto
gli è concesso, dall'elemento personale delle sue
passioni egoistiche, dei suoi istinti inferiori di singolo,
di gruppo, di razza, di qualunque limitazione e separazione:
per assurgere all'elemento universale, allo Spirito Cosmico
che opera nei mondi spirituali, e che ha da essere rivelato
mediante la parola umana illuminata.
Egli si innalza progressivamente alla visione verbale dell'insieme,
e ogni passo che egli compie su questa via è un passo
che farà compiere alla tecnica dell'arte sua. Poiché
la forma nascerà per filiazione diretta, dalla manifestazione
spirituale cosmica. A quest'ultima il poeta dovrà
permettere di potersi formare da sé, nell'interno
della sua espressività di uomo, il suo corpo verbale,
nel quale circolerà liberamente il flusso rivelatore
del mistero fra le singole parole euritmiche. E le parole
saranno nulla più che le risvegliatici delle latenti
capacità del lettore di formarsi attivamente la sua
visione cristica, non quella materialmente identica del
poeta.
E' naturale, perciò, che un poema non sarà
più una forma rigida e definita, da accogliersi letterariamente
da parte di tutte le anime nello stesso modo o nella identica
"funzione" poetica, ma sarà una figura
di vita, la cui esistenza si modulerà variamente
a seconda delle relazioni viventi che il lettore saprà
stabilire con essa. La funzione poetica di questa figura
vivente varierà indefinitamente. Si verificherà
il caso che un poema potrà riuscire oscuro, freddo,
quasi inanime, per moltissimi lettori, e sarà invece
una luminosa rivelazione per altri, proprio come avviene
nella vita che un avvenimento o una persona lascia pressoché
indifferenti alcuni uomini e invece sveglia e suscita potentemente
le energie latenti di un'anima, la quale aspettava, senza
saperlo, proprio quell'avvenimento o quella creatura, per
esserne stimolata alla sua propria luce interiore.
(a cura di Luigi Arista)
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