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Commento al pensiero di Arturo Onofri

 

per comprendere meglio l'articolo è utile leggere il precedente sull'autore (Archivio)

classifica: armonie nascoste

Gli sviluppi antroposofici sull'arte

 

Leggendo il maggior tomo di teoria poetica di Arturo Onofri (Nuovo Rinascimento come arte dell'Io, 1925) e quello che egli tradusse come un capitolo principale della critica artistica di Ernst Uehli (Il rinnovamento del sangue nell'artista come base dell'espressionismo, 1922), si ritrovano i fondamenti dell'antroposofia. Francamente però non si capisce "dove consiste" la spiritualità dell'arte, in cosa stia, e non ci si sente avvicinati a concepirla, a scoprirla nei modi di espressione. Fra esposizioni piuttosto pletoriche e toni da èpos strani per chi abbia aderito a una dottrina iniziatica, sembra a tratti di essere introdotti a questa spiegazione. Accade per esempio quando viene detto che forma e contenuto sono un tutt'uno o che la cura del solo aspetto formale è un intellettualismo sterile, problemi aperti ancora oggi come allora sulla vera comprensione del fenomeno artistico. Ma subito si ridirotta, invece, intorno alle connessioni fra spirito e organismo umano, intorno alle intenzioni e alla volontà, alla missione e alla coscienza dell'artista. Sembra esserci una sorta di rifiuto o impedimento a indicare dove plausibilmente si trovi la manifestazione spirituale nei caratteri peculiari dell'arte in sé. Era forse il rifiuto degli approfondimenti formali perché ritenuti appartenenti a una visione immanente e perciò materialistica del mondo? Oppure era un'effettiva difficoltà a parlare delle funzioni trascendenti delle forme? Io penso che un opportuno sviluppo delle basi antroposofiche sull'arte sarebbe stato proprio la ricerca dei mezzi attraverso i quali l'entità spirituale vi si esprime, cioè da quali mezzi dell'arte l'uomo è rinviato a percepire le superiori verità.


Oltre che ragionare sul perché, come e da quale spinta l'uomo "scrive e legge", oppure "dipinge e guarda" o "compone e ascolta", si può indagare in sé l'arte creata, cercare di capire la sua intima dinamica interna, per così dire le leggi naturali del suo funzionamento, risalendo da quelle alle ragioni spirituali dell'uomo, poiché appunto nel suo funzionamento essa intanto funziona per l'uomo. Questo è il senso degli studi immanenti, questo è il senso degli studi formali per uno spiritualista, dai tempi di Aristotele. Questo è, secondo me, quel che provò a tratteggiare Rudolf Steiner dalle proprie impressioni, intuizioni e letture veggenti, per esempio quando interpretava il significato che i colori della pittura hanno per l'Anima (cfr. al riguardo le conferenze di Oslo del Maggio 1923 e di Dornach del Giugno 1923). E' ovvio che anche il suo passo fosse incerto, direi sperimentale, ma credo che egli intravedesse la necessità di elaborare quella che oggi io chiamerei una linguistica o semiologia spirituale per i linguaggi delle diverse arti. Al riguardo però dovrebbe essere chiaro, come ho tentato di spiegare nel mio saggio "Poesia Lingua dell'Anima", che quella sorta di semiologia non sarebbe la logica delle corrispondenze dirette fra segni formali e univoci attributi spirituali, bensì sarebbe l'esame delle forme artistiche nelle loro capacità di rinvio a contenuti più lati e profondi degli argomenti espliciti delle opere.

 

Tornando ai due autori prima menzionati, essi dicevano che l'arte moderna deve avere una cosiddetta "intonazione" battistica, cioè ha da preparare il vicino avvento di una spiritualità cristica dell'uomo, la quale è individualmente cosmica. Ne facevano seguire che, mentre in un passato più e meno antico rimanevano subconsci tanto lo stimolo artistico quanto la creazione dell'opera, un'arte consona a tale evoluzione spirituale parte sempre da un impulso subconscio ma deve poi essere prodotta in modo conscio, cioè prodotta con intento spiritualistico. In realtà, stante che parliamo ovviamente di vera arte, la sua spiritualità non è conscia; l'arte è intrinsecamente spirituale, non è che lo diventa grazie a un procedimento volontario. Se l'arte è una manifestazione spirituale già dal suo impulso subconscio, non vedo perché rischi di perdere la propria natura allorché non si raggiunga uno stato conscio; ovvero, se è spirituale dal suo impulso subconscio, di certo conserverà la propria natura se mantiene almeno il carattere del suo impulso.


Muovendo dai presupposti antroposofici, Onofri e Uehli attribuirono all'artista la missione di far scaturire le realtà spirituali nelle opere d'arte attraverso lo stesso atteggiamento conscio che si esercita nell'attività veggente, la quale appunto per l'antroposofia non è inconsciamente medianica (*). Ma il giorno di un'era avvenire che non si distinguesse più la peculiarità dell'arte da quella della veggenza, allora non si distinguerebbe nemmeno la veggenza da un modo evoluto comune agli uomini di vivere coscientemente l'essenza spirituale del mondo. In quelle condizioni arte e veggenza, ora distinte, insieme ad altre facoltà umane consce e inconsce quali la speculazione e l'intuizione, sarebbero diventate una sola facoltà spirituale di ordine superiore. Allora non parleremmo più né di arte né di veggenza ma di qualcosa che adesso non conosciamo. In questa era, invece, dobbiamo parlare delle facoltà umane che ci riguardano ora, della nostra natura di ora e di come è fatta e vissuta l'arte di ora. In quanto a come sarà l'arte futura, essa sarà fatta spontaneamente, avrà le sue nuove forme spontanee e sarà prodotta e riconosciuta per tale dai sensi spirituali degli uomini, finché essi avranno bisogno dell'espressione artistica prima di raggiungere una facoltà spiritualmente più elevata.


A questo proposito si possono cogliere le sfumature di due passaggi di Steiner che commenta l'Assunta del Tiziano. Egli dice (conferenza di Dornach il 9 Giugno 1923): "Si può anche dire: è vero che per la pittura è necessario afferrare nel chiaroscuro e nel colore il mondo dell'apparenza raggiante, della manifestazione raggiante, per far rilevare ciò che è materiale, per sollevare l'arte dalla sfera terrena e materiale e non farla arrivare allo spirito. Se vi potesse arrivare non sarebbe infatti più apparenza, ma saggezza e quindi non più arte; la saggezza è invece già in alto, nel regno informe del divino." E poi: "In alto comincia il pericolo che si passi alla sola saggezza, senza la forma. Se cioè si ottiene veramente di raggiungere la mancanza di forma, direi che a questo polo si ottiene la completezza artistica, perché è un'arte audace, perché ci si avventura sino all'abisso nel quale l'arte cessa, i colori scompaiono nella luce e in cui, per proseguire oltre, si dovrebbe cominciare a disegnare. Comunque disegnare non è dipingere." Dal discorso, che sembra forse perdersi verso una indeterminatezza concettuale, mi pare invece che l'iniziato avverta concretamente il rischio di produrre qualcosa che sta più in basso dell'arte se si tenta di oltrepassare il limite dell'arte, cioè se si tenta di raggiungere una facoltà spirituale superiore artisticamente impossibile.


Insomma, io penso che non si possa affatto stabilire uno statuto interiore per l'arte da fare ora o in futuro; si può solo scrutare nei segreti di quella riconosciuta dai sensi spirituali, educando ed educandosi alla sensibilità artistica affinché se ne tragga il beneficio migliore sia nel momento degli effetti inconsapevoli, sia nel momento della realizzazione cosciente della critica. Quando Steiner ripeteva di non voler "formulare una teoria", credo che intendesse giustappunto questo, di non potersi dare una teoria su come produrre arte, mentre il suo abbozzo di una "linguistica spirituale dei colori", a cui prima ho accennato, rientrava negli intenti educativi a leggere la pittura dentro i segreti animici del suo linguaggio. Dove io ritengo che l'educazione alla sensibilità artistica sia un processo che riguarda la sfera delle attuali facoltà inconsce degli uomini comuni, paragonabili per capirci all'intuizione, e semmai consce solo per gli iniziati.

 

Ma è necessario esaminare altri due punti. Nella conferenza intitolata "Le sorgenti della fantasia artistica e della conoscenza soprasensibile", del Maggio 1918, Steiner si pronuncia così: "Sorge ora la domanda: da che cosa dipende che fra il veggente e l'artista vi siano tali rapporti? da che cosa in sostanza dipende che davanti a un'opera d'arte il veggente non possa prescindere dall'impressione che essa produce in lui? E' perché nell'opera d'arte si presenta qualcosa di affine alla conoscenza soprasensibile, solo in altra veste. ... Possiamo dire: in sostanza le stesse fonti a cui attinge l'artista per la sua attività (quando sia serio nel suo rapporto con la realtà) sono le stesse a cui attinge il veggente; a lui si presenta coscientemente ciò il cui effetto deve rimanere impulso, mentre quando rimane subconscio l'impulso viene portato a espressione dall'artista." Queste espressioni danno sicuramente conto che per il fondatore dell'antroposofia, pur essendo unica la fonte a cui attingono l'artista e il veggente, le loro attività si svolgono su piani di coscienza diversi. Casomai il dubbio interpretativo può affiorare quando in "Conoscenza spirituale e lavoro artistico", del Giugno 1918, egli dice: "La coscienza veggente non si sente assolutamente affine a qualsiasi atteggiamento medianico o visionario; lo è invece molto ad una vera comprensione artistica del mondo. Vorrei sperare che proprio fra questi due modi umani di osservare il mondo sia possibile gettare un ponte in modo non pedantesco, ma artistico, cioè fra una vera e pura veggenza e l'esperienza artistica, sia di creazione, sia di artistico godimento. Per chi vive nella veggenza è senz'altro un'esperienza che la sorgente, la vera sorgente dalla quale attinge l'artista è proprio la stessa nella quale il veggente, l'osservatore dei mondi spirituali, fa le sue esperienze." Qui è ribadita l'unicità della fonte, ma in che consiste il ponte da gettare fra i due modi umani di osservare il mondo?


Sembrerebbe che l'autore intenda, come poi viene asserito da Onofri e Uehli, di doversi in futuro assimilare arte e veggenza nello stesso atteggiamento volontario e conscio. Ma come potrebbe avverarsi questo, se i due modi "affini" sono tuttavia "distinti"? E inoltre, a che servirebbe una delle esperienze quando già l'altra rivelasse lo spirito in ugual modo e nelle stesse cose? Io credo tutt'al più che in quel frangente Steiner non avesse ancora chiaro quale potesse essere il ponte che auspicava, ma di sicuro ne distingueva almeno i punti di partenza, che vedrei sostanzialmente in questi requisiti: la consapevolezza dell'unica sorgente delle due esperienze, l'assenza di fanatismo visionario degli occultisti, l'assenza di pedanteria formalistica degli artisti, la serietà dei critici e di tutti i parlanti. A me sembra, perciò, che questo ponte non dovrebbe essere affatto l'uniformazione dei modi volontari e consci o dell'intonazione apostolica dell'arte, mentre potrebbe svolgersi in sede di successiva riflessione come approfondimento sulla congruità delle relative scoperte e come integrazione delle conoscenze umane riguardo la realtà e l'intervento spirituale.

 

In definitiva, sembra che per comprendere la visione antroposofica della poesia e valutarla sia necessario risalire ai pronunciamenti di Rudolf Steiner. Le altre versioni lette non aggiungono nulla di sostanziale alle cose già dette nei fondamenti della dottrina e, anzi, nelle questioni di fondo sin qui trattate dirottano da quelle che a me paiono vere esigenze di complementarità. D'altra parte, vi sono oggi persone e gruppi che improntano all'antroposofia la propria attività artistica, ma non si reperisce invece alcuna moderna esposizione di critica e teoria letteraria che rivisiti il dettato steineriano, come se l'opera del fondatore potesse solo essere applicata ma non ulteriormente elaborata ed eventualmente evoluta. Comunque al lavoro di Onofri sono riconoscente, perché è utilissimo incontrare sulla propria strada anche le cose con cui non ci si accorda.

 

(Luigi Arista, Novembre 2005)

 

* [Mi sembra efficace la descrizione di Rosangela riguardo al suo impulso di scrivere e alla sua scrittura: -Da sempre la voglia di scrivere è preceduta e s’accompagna a un’inquietudine indefinibile, che arriva solo allora, e che riconosco ormai chiaramente. Non sono riuscita ad associarla a niente di oggettivo, a stati d’animo particolari o eventi particolari. Semplicemente arriva, e io mi metto a scrivere e scrivo cose di cui finché non ho terminato non afferro del tutto il senso. Non alludo a strane forme di medianità che si manifestano nello scrivere. Tutt’altro. So che a scrivere sono io, o comunque qualcosa che mi appartiene profondamente.-]

 

Questa pagina è rivolta all’indagine
e alla comprensione dei nessi
fra le espressioni artistiche
e la dimensione spirituale umana.
Fa riferimento alle opere di pensatori,
di artisti, di ricercatori, di iniziati,
conosciute da noi o suggerite
da chi le abbia approfondite.
Lo scopo è di trovare ispirazioni
per una teoria e un modo di lettura
spirituale dell'arte e della poesia.

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Luigi Arista (a cura di)

da: Nuovo Rinascimento come arte dell'Io - Cap. V - La tecnica

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