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Antonio Prete: l'esperienza interiore e il ruolo del critico

classifica: forme di carezza

Una selezione di punti, fra quelli che mi sembrano essenziali, dal pensiero di un autore attuale, presa da un suo interessante e piacevole compendio di saggi e altri interventi.

 

Si tratta di Antonio Prete, professore di Letterature comparate all'Università di Siena, critico letterario, poeta e narratore, traduttore. Agli studiosi e appassionati di lettere moderne è probabilmente noto soprattutto per i lavori su Leopardi e Baudelaire.

Conoscitore, ovviamente, di tutti i "metodi" critici, dei quali a volte nelle sue stesse formulazioni si leggono le lezioni fondamentali, Prete ne trae la personale sintesi dell'attività interpretativa come profonda interrogazione, che nasce fra le impressioni interiori e le forme linguistiche del testo. Il critico dunque è un lettore mosso da passione inventiva, e nel momento della "scelta del senso" costeggia appena, e con la propria creatività, la fissità e la provvisorietà del metodo.

 

Il libro in questione è:

Antonio Prete

Sottovento (critica e scrittura)

edito da Piero Manni, 2001.

 

Vi si leggono i seguenti passi.

 

Da: Sulla critica

(Le sottolineaure indicano i titoli dei paragrafi del saggio, pubblicato per la prima volta nel volume segnalato. I corsivi sono dell'autore.)

 

"Partiale, passionnée, politique" - [...] Il critico è parziale perché consapevole che nella tessitura di un'opera quel senso che si assume come dominante è soltanto uno dei sensi possibili. E' proprio l'apertura infinita del senso che esige un punto d'osservazione parziale.

Il critico si rapporta alla scrittura attivando tutti i suoi sensi. La passione del critico consiste nel trasferire nel profondo della sua esperienza la faticosa -e, allo stesso tempo, serena- avventura del testo. La ricerca che trascorre nel testo diventa per il critico sostanza dei suoi pensieri. [...]

 

Dialoghi - Ho attraversato anch'io, come tanti della mia generazione, le stagioni che hanno fatto del testo -texte, texture!- il campo di avventurose incursioni e più o meno acrobatici esercizi teorici. Ed ora, a distanza, si delinea con qualche chiarezza, la rilevanza (la fortuna?) di alcuni incontri: lo studio degli animatissimi registri desanctisiani contro la riduzione didattica e idealistica di Croce, le posizioni combattive della "nouvelle critique" contro l'inerzia dello storicismo italiano, la lettura dei "francofortesi" contro lo schematismo sociologico e ideologico, l'attenzione alla "critica dei poeti" contro le convenzioni della critica istituzionale, la tradizione di una filologia composita contro l'assolutizzazione semiotica, il privilegiamento dell'esegesi contro i sistemi di classificazione e di valutazione, l'attenzione alla scrittura critica più che al giudizio critico. Ma non sono, anche queste opposizioni, immaginarie figurine di un teatro mentale, marionette di una disputa tutta consegnata alla rappresentazione teorica, e dunque lontana dal rapporto -vivente- tra i sensi del lettore e i sensi del testo? Non appartiene, anche questo teatrino, all'epoca della fiducia nella teoria? [...]

 

Le forme - Un'acquiescenza alle convenzioni ha rinchiuso la critica dentro forme riconoscibili, dentro misure e modi predefiniti: dal saggio critico alla recensione, dalla monografia all'indagine tematica, dal commento alla proposta interpretativa. L'università e l'industria editoriale hanno collaborato a tramandare una statica suddivisione delle forme. La cultura romantica aveva tentato vie diverse: la Kunstcritik era disseminata nei pensieri, nei frammenti, nei versi. Benjamin ne studiò i procedimenti e le implicazioni. Teoria e scrittura, interpretazione delle opere e meditazione sui processi creativi, analisi delle forme e invenzione stilistica si illuminavano a vicenda. Tracce di quella disposizione interrogativa -allo stesso tempo filosofica e poetica, concentrata sull'oggetto e insieme presa dalle domande che riguardano la natura dell'arte e la natura del linguaggio- si possono trovare nella forma dell'essai, nella critica dei poeti, nella critica dei lettori. Ora che la centralità del metodo, o la sua assolutizzazione, sono rivendicazioni desuete e polverose, è forse possibile ritrovare qualche frammento di quella romantica libertà interpretativa. Di quella libertà che a lungo la "critica dei professori" -la definizione è desanctisiana- ha scambiato per impressione, togliendo all'impressione stessa il valore d'esperienza profonda.

 

Precarietà e vanità del canone - [...] Comunque, l'imprevedibile, l'inatteso, la scoperta, l'incessante e tumultuoso succedersi di interpretazioni, mostrano quanto fragile sia la convenzione che presiede al canone. Senza dire della sospetta centralità del cosiddetto canone occidentale, coincidente con una "civiltà letteraria" chiusa al confronto con le scritture mediterranee e arabe e orientali.

Quanto all'invocata necessità didattica di un canone, è nel vivo dell'esperienza, cioè nell'incontro e confronto tra soggetti, e nella mobilità avventurosa delle occasioni, che si definisce un ordine, una successione, una prevalenza: escursioni e variazioni e peregrine riprese hanno la loro ragione se contribuiscono a comunicare l'amore per la lingua, per le sue invenzioni: è, poi, questa, l'essenziale paideia di ogni sapere letterario.

 

Da: Il margine della poesia

(Conversazione con Luciana Saetti, curatrice di collana, dopo una lezione su L'albatros di Baudelaire, apparsa nel relativo volume di Pratiche, Parma 1994. Le interlinee separano le risposte a diverse domande dell'interlocutrice. I corsivi sono dell'autore.)

 

[...] Bando, dunque, ad ogni forma di ambizione critica che pretenda di comprendere davvero, fino in fondo, di possedere il senso, di dispiegarlo... Eppure accade che da questa irriducibilità e differenza del testo si è come interrogati, se ci disponiamo all'ascolto. La passività del lettore, dell'interprete, si può trasformare via via in passione, il silenzio in interrogazione. [...] L'ermeneutica non è un andare verso il testo chiedendo che cosa vuol dire, ma è uno spazio d'esperienza, silenzioso, in cui si lascia che il senso avvenga, prenda forma e spazio dentro di te. Questo divenire del senso l'antica esegesi lo conosceva bene (scriptura cum legentibus crescit): per questo divenire, per questo crescere, ogni lettura è diversa dall'altra, come ciascun lettore è diverso dall'altro. [...] E' qui che la singolarità e libertà di chi legge incontra lo stile, lo stile di chi deve dire del testo. Perché in effetti c'è un altro passaggio che bisogna fare: questa vita del testo dentro di noi chiede una forma, una sua lingua, un suo stile. Questo dover dire, questa necessità interiore di dire il testo è l'etica del critico, questo dover passare a un linguaggio che non è più il linguaggio del testo né il linguaggio silenzioso del lettore, ma il linguaggio dell'interprete. Questo passaggio è un'assunzione di responsabilità: nei confronti del testo, nei confronti degli altri lettori. [...]

 

Il rischio e l'azzardo dell'interprete non è solo nei rapporti col senso, nell'analisi dei piani di senso espliciti, nascosti, frantumati, allusi, recisi, ma è anche, quel rischio e quell'azzardo, nella relazione che l'interprete intrattiene col proprio linguaggio, con la sua necessità, che è necessità di stile. C'è una tensione dell'interprete che è tensione con la propria scrittura. La quale deve essere un luogo dove respirino insieme, in un'identità nuova, il testo interpretato e il testo dell'interprete. La scommessa è in questa compresenza, in questo equilibrio. Insomma la sfida è, secondo me, quella di poter praticare una comprensione creativa dell'opera, una conoscenza inventiva. [...]

 

La differenza tra l'esperienza del lettore e l'esperienza dell'interprete è appunto nell'atto della scrittura: ma le emozioni, i ricordi, le evocazioni sono le stesse, quelle di cui parlava Proust. [...] La differenza tra il lettore che ascolta il libro dentro di sé, o che ascolta se stesso che legge il libro, e l'interprete, sta nel fatto che l'interprete assume un compito: quello di comunicare questa esperienza, e comunicarla col suo linguaggio, e dunque giocarsi anche come scrittore. Se penso al Novecento italiano, a me pare, con buona pace delle scuole critiche, delle polemiche accademiche, delle imprese editoriali enciclopediche, a me pare che la critica letteraria più interessante, più viva, sia stata quella degli scrittori, e non dei critici. [...] Perché accade questo? Forse perché c'è più libertà, e dunque più rischio, in chi legge per sé e non per l'ordine astratto della disciplina o della storia letteraria. E perché lo scrittore abita la lingua, la lingua è il suo paese, [...] Per un poeta, per uno scrittore, la lettura di George, o di Rilke, o di qualsiasi altro poeta, è innanzitutto un'esperienza della propria vita, ha l'intensità di un evento forte, decisivo. Perché questo non deve avvenire anche per l'interprete? [...] Benjamin, nel saggio sulle Affinità elettive, diceva che "il critico cerca la verità la cui fiamma vivente continua ad ardere nei ceppi pesanti del passato e nella cenere lieve del vissuto". Non è necessario dare a questa "verità" connotazioni metafisiche o religiose. Così come non è necessario vedere la "storia" che sostanzia la forma ricorrendo ai diagrammi degli accadimenti esteriori, politici. [...]

 

A parte la mia predilezione per la critica cosiddetta formalistica, e per la filologia in genere, più che per la critica letteraria così com'è stata praticata dalla tradizione storicistica italiana (crociana, postcrociana, marxista, postmarxista), penso che ogni analisi formale ha, nel suo percorso, anche se non resa esplicita, la storia di una relazione col testo, di un'esperienza del testo che è insieme passione e interpretazione, conoscenza microfisica delle strutture e interrogazione. Tutte le più serie e non scolastiche letture formalistiche dei testi letterari hanno una dose straordinaria di pathos, persino una metafisica della lingua, un senso davvero etimologico della filologia, un amore della lingua che diventa reinvenzione del testo, [...] E invece, per tornare ai sospetti nei confronti dell'ermeneutica (ora attenuati, ma negli anni sessanta e settanta qui da noi molto forti e censori, imperando ancora, allora, un "salutare" e molto razionale storicismo), per tornare, dicevo, al sospetto di impressionismo, ribalterei l'accusa: quanta esteriorità, quanto spreco di risorse linguistiche nella storiografia letteraria italiana della nostra epoca, storiografia che ha nei manuali, con poche eccezioni, la sua mediazione che è mercantile, anzitutto. [...]

 

Da: Dell'interpretare: voci di un improbabile lessico

(Intervento per Convegno, in forma di saggio fra i testi del volume "Palinsesto. I modi del discorso letterario e filosofico", Marietti, Genova 1990. Le sottolineaure indicano i titoli dei paragrafi. I corsivi sono dell'autore.)

 

Lettura - La lettura come attraversamento fantasticante di un paese che si sa di non poter conoscere né abitare. L'esperienza della lettura s'accompagna alla consapevolezza che mai avviene davvero l'incontro definitivo: quel che accade è un continuo allontanarsi del confine, di quel confine che dovrebbe unire l'essenza della cosa alla parola, il mondo al linguaggio, l'essere al dire. Esperienza di uno scacco, ma che ha con sé un dono: mentre sposta all'orizzonte l'imprendibilità del senso, l'impossibile unità della vita col libro, nello stesso tempo dispiega un teatro su cui danzano il Significato e la Retorica, le parvenze degli eventi e la lingua. [...] Ma l'interprete è anche colui che vuole conoscere le vie per le quali la conoscenza s'è fatta verbo, il miraggio parola, l'esperienza lingua. Una teologia profana presiede a ogni movimento verso l'interpretazione.

 

Limite - [...] Esperienza dell'alterità, della non trasparenza dell'altro. Non è il dialogico l'orizzonte iniziale dell'interpretazione, ma la separazione tra testo e interprete. In questa separazione stanno i vuoti di senso, gli incavi del dire, la non riducibilità di un'esperienza linguistica ad un'altra, il sottrarsi della forma a ogni addomesticamento che la voglia ricondurre nel progressismo conciliativo della perfetta comprensione. L'interpretazione non è un'intesa sulla quale estendere le figure della comunicazione, i modi del colloquio. Non è questo l'atto di vita che da Dilthey a Wittgenstein è in gioco nell'ermeneutica.

Eppure proprio in questa estraneità e distanza e irriducibilità, in questa inappartenenza e non condivisione, in questa non trasparenza, prende forma la passione dell'interprete, il pathos della critica. Si potrebbe dire, prendendo l'immagine dalla tradizione esegetica ebraica, che nell'esilio dal libro, nella distanza dal suo senso, nel nascondimento del suo senso, ha origine l'esegesi. Per questo decifrare il libro è anche il sogno di un ritorno, di una riappartenenza.

 

Senso - I conflitti tra le diverse regioni dell'ermeneutica hanno nella questione del senso la ragione del loro contendere. La donazione di senso, la lotta contro il fraintendimento, la decisione dell'interprete sul senso, la trasposizione del circolo ermeneutico nella relazione domanda-risposta-domanda, incontrano un limite: la difficoltà del passaggio dal senso del testo, che suppone una comprensione linguistica del mondo, al senso dell'essere, il cui fondamento non è riducibile all'atto linguistico, e si sottrae ad ogni analitica. Il gadameriano essere per il testo sarà sempre in scarto con l'heideggeriano essere per la morte. [...]

 

A cura di Luigi Arista, Settembre 2007

 

Nota del Dicembre 2007 - Nell' Editoriale dell'aggiornamento n. 10 (Dicembre 2007) si coglie il mio personale ripristino del pensiero di Prete, di cui stimo l'autonomo valore indipendentemente dalla finalizzazione che ne ho tratto. Luigi Arista

 

La pagina è dedicata alle concezioni
e ai principi critici della letteratura,
di carattere filosofico ed estetico,
retorico, scientifico, ermeneutico.
Qui esprimiamo anche la nostra
visione dell’arte letteraria, che
ripartendo dalla linguistica (dalla
semiologia) tende a una possibile
teoria spirituale e di critica animica.
Si accolcono interventi di chi abbia
ulteriori prospettive da proporre.

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