emèresi

- letteratura e letture dell'anima

Home Il suono di
emeresi
Poesia
e Prosa
Teoria
letteraria
Ricerca
spirituale
Rubrica di
argomenti
Esperienze
ed eventi
I contatti
di emeresi
Editoriale
 
  Teoria letteraria

L'importanza del versus in poesia

classifica: allusione, parola, poesia

Si dice che la poesia è scritta in versi. La parola verso viene dal latino versus, a sua volta da vertere che significava "rivoltare, rivolgere indietro". Dunque scrivere in versi significa scrivere con ritorni indietro, cioè tornando all'inizio delle righe seguenti prima che sia finito lo spazio disponibile su ciascuna riga. Questo ci è oggi molto ovvio sulla carta stampata, dove vediamo ben marcata la differenza dalla scrittura in prosa (da prorsus, in latino "dritto"), sviluppata in modo continuo lungo le righe ampie quanto il foglio.

Con la carta stampata si sono diffuse anche delle eccezioni. Una è la cosiddetta poesia geometrica, nata con il futurismo e in Italia con Marinetti, che disegna figure nella sequenza grafica dei versi. Poi ve ne sono altre, meno esasperate sul versante della sperimentazione, che adottano particolari dislocazioni spaziali dei versi nelle righe, delle righe nel foglio e altre tecniche tipografiche (indentature variabili, interlinee, grassetti, corsivi, maiuscoli, centrature). Al riguardo si possono fare esempi di nomi noti nello sviluppo della poesia italiana contemporanea: Jahier, Caproni, Sereni, Nelo Risi, Pagliarani, Pasolini, quest'ultimo con una totale sovversione dei suoi precedenti canoni formali (terzine dantesche, metro alessandrino), già contrapposti alle tendenze di avanguardia. Tali tecniche tendono ad affermare la partitura fonatoria del testo. I grassetti, i corsivi e i maiuscoli vogliono incidere sul volume tonale, l'enfasi o la secondarietà di frasi o parole. Le disposizioni spaziali, la cui conseguenza è basata sull'osservazione della forma o sul tradimento di quella previsione che anticiperebbe la visione dei versi all'inizio delle righe, operano invece sulla percezione del ritmo e intendono forzare gli intervalli della dizione mentale (la lettura) come una sfumatura di punteggiatura altrimenti inesistente. Di quanto s'è detto compaiono degli annunci già in alcuni poemetti di Mallarmé, mentre, una volta assimilata definitivamente la funzione grafica nella "cultura" poetica dei nostri tempi, Montale asseriva: «Gran parte della poesia moderna può essere ascoltata solo da chi l'abbia veduta.» Ma una partitura non è costituita solo dalle eccezioni grafiche; anzi si dovrebbe capire che quelle sono una speciale elaborazione del tempo poetico, che si instaura completamente soltanto nei punti di ritorno a capo. Tuttavia nelle abitudini di lettura più diffuse non vi è alcun rispetto dei ritorni. Nella lettura silente, inavvedutamente per la solidità dell'abitudine, anche quando si sia scelto di leggere poesia si tende a trascurare che questa è scritta in versi, inseguendone una ricostruzione in prosa. Nella dizione, e dico specialmente nel modo comune della declamazione d'attore, la ricostruzione prosastica è addirittura premeditata e vocata unicamente all'interpretazione tonale delle suggestioni del contenuto.

Allora occorre compiere di nuovo un passo indietro. Quel che si è appena ricordato circa la visualizzazione riguarda l'eversione dei canoni poetici nell'epoca da fine Ottocento a metà Novecento, dal verso libero in poi, che ha prodotto l'attuale patrimonio espressivo della composizione in versi. Ora, del nuovo patrimonio, torniamo a guardare la tipicità che esso non ha mai sottratto alla poesia, cioè il ritorno a capo, del quale magari più ampiamente penseremo che si tratta di un ritorno a una generica dislocazione spaziale di una riga successiva. Di questo "ritornare" occorre considerare l'intimo statuto e lo si può fare con un'efficace espressione di Paul Claudel: «Il verso è una linea che si ferma, non perché sia arrivata a una frontiera materiale e perché le manchi spazio, ma perché la sua cifra interna è compiuta e la sua virtù è consumata.» Ovvero il ritorno a capo non è arbitrario e, anzi, dà al verso la capacità d'essere fondato su se stesso, certamente nella concatenazione agli altri, perché il suo pregio fonorappresentativo è del tutto compatibile con il senso che esprime, il quale non è il contenuto esplicito tout-court. Ma ciò vuol dire che la struttura del verso è indipendente dalla grammatica, cioè che non deve aderire, non ha bisogno di aderire alla compiutezza sintattica del discorso. Cioè il verso può interrompere la sequenza continua che le parti sintattiche di un discorso avrebbero nella prosa.

E in tal modo siamo alla definizione dell'enjambement: cesura (causata dal ritorno a capo) della sintassi di una frase a fine verso. La cesura può essere più o meno forte, secondo che si separi una proposizione fra le sue unità sintattiche (soggetto-predicato, predicato-complemento oggetto, ecc.; es.: non avevo dimenticato / la mia terra), che si fratturino le unità sintattiche al loro interno (es.: non avevo / dimenticato la mia terra, non avevo dimenticato la mia / terra) e secondo una gerarchia di entità della frattura (es.: aggettivo-sostantivo, preposizione-pronome, articolo-sostantivo, ecc.). Se si crede che il verso sia una struttura ritmica (o metrica) si può anche dire che l'enjambement costituisce una collisione fra la struttura ritmica e la struttura sintattica, nella quale ha prevalso l'istanza ritmica. Tuttavia in senso moderno l'istanza che nell'enjambement prevale sulla sintassi deve essere intesa con valenza più ampia. Nell'antichità e nel classicismo delle lingue moderne lo statuto del verso è soprattutto metrico, volendo con ciò dire anche eufonico, ma oggi si può affermare che la sua "cifra interna" e la sua "virtù", inclusive della congruità con cifre interne e virtù degli altri versi, comprendono l'intera gamma delle sonorità e dei sensi verbali. Perciò la collisione dell'enjambement, se proprio dobbiamo individuarla, è fra la struttura sintattica del discorso e la struttura grafo e fono rappresentativa delle impressioni semantiche.

E adesso circa l'importanza del versus possiamo chiederci: l'enjambement va rispettato? Va rispettato nell'articolazione mentale della poesia e nella sua dizione? O la cesura che si "vede" leggendo va trasgredita? Si deve derogare da quel che addirittura era nell'attesa anticipatrice, la sequenza di righe interrotte, e ripristinare la coerenza sintattica del discorso? Lo scioglimento delle riserve mentali sull'enjambement sembra ancora costituire una via verso la comprensione della natura del verso, quindi della poesia, almeno per il grande pubblico e per gli attori d'arte drammatica.

Ebbene, durante una lezione di lettura creativa mi trovavo a parlare del verso e del difetto che io trovo nella declamazione da arte drammatica che non rispetta le cesure, alle prese con un sonetto del Foscolo per dimostrare la mia tesi. Dicevo della visualizzazione su pagine di carta stampata, alla quale siamo abituati, e di come invece in epoche precedenti si scrivesse su rotoli di fogli (pergamena o papiro) incollati ai lembi, chiamati "biblos" (libro) in greco e "volumen" (volume) in latino. In tali epoche, dicevo, per ragioni di economia e per non produrre "biblia" troppo ingombranti e pesanti, anche le lunghe scritture poetiche erano stese su righe continue, ma particolari segni grafici sulle righe indicavano le interruzioni della sequenza del discorso, cioè i punti in cui bisognava immaginare i "ritorni". Quei segni, continuavo a dire, manifestavano indubitabilmente l'intento dell'autore di apporre cesure, cioè di indicare i cicli temporali da pensare o da eseguire nella dizione del suo testo, come nel ritorno a capo che oggi vediamo sulla carta stampata. Aggiunsi che la circostanza poteva dimostrare quant'è importante la funzione dell'intervallo versale e quanto scrupolosamente vada considerata. Tentai di tornare al sonetto del Foscolo, quando un'allieva obiettò: «Ma in certi casi l'autore è andato a capo e ha fatto gli enjambement solo perché doveva rispettare la regola dell'endecasillabo.» Sul momento, la mia replica necessariamente sintetica fu: «E perché perdere, leggendo, il piacere dell'endecasillabo, il piacere di quello sfondo sonoro che è il ritmo? Il poeta non era obbligato a scegliere parole che a loro volta lo costringessero agli enjambement. Perché pensa che il Foscolo dovesse e non che volesse? E poi rifletta sul fatto che anche nella poesia contemporanea, quella senza regole metriche, si fanno enjambement.»

L'obiezione della signora, che potrebbe sembrare banale, invece non lo è, intanto perché testimonia una forma ormai esasperata della nostra cultura: quel razionalismo che attribuisce senso alle cose esclusivamente se mostrano un diretto significato logico. Per la signora gli enjambement del Foscolo erano stati una necessità, un difetto del discorso intelligibile necessario per l'andamento ornamentale dell'endecasillabo. E' così che gli istituti poetici vengono ancora generalmente considerati: artifici di ornatus, utili a un'indistinta efficacia oratoria ma spesso responsabili dello "sforzo" per ripristinare la logica del discorso, sebbene le grandi scuole critiche del Novecento abbiano spiegato e dimostrato a noi moderni quali siano i latenti e cospicui frutti delle forme. Certo che con un simile approccio la lettura privata (silente) della poesia risulta ben poco fruibile, e questo ne spiega la marginalità, e spiega in parte la dominante preferenza per la lingua diretta della narrativa. In secondo luogo, trovandosi di fronte a persone comunque desiderose di imparare a leggere meglio di come fanno, risulta evidente la loro consapevolezza di non avere ricevuto una giusta formazione in proposito. Il problema tocca gli allievi, giovani o adulti che siano, e può farli apparire sciocchi o impreparati, ma riguarda le vistose lacune dell'istituzione scolastica di tutti i gradi. La signora infatti, laureata in Lettere, anche se intervenuta con tono affermativo attendeva in realtà di poter smentire le cose alle quali nozionisticamente si affidava e intuitivamente non credeva.

In effetti, in una situazione logistica meno stringente, l'osservazione che mi fu sollevata sollecita qualche riflessione in più. Faccio notare perciò che la scrittura in versi, per una dizione in versi, risale a tempi assai remoti e riguardava anche i repertori religiosi e giuridici di popoli e tribù, versificati e rimati non solo per ragioni mnemoniche ma anche per avvolgerli con auree di sacralità e autorità. Finché nelle partiture dei cantori e nella tragedia greca, derivate dal sacro e dal mitologico, troviamo definitivamente stabilita l'inestricabile connessione (non si può dire quale sia nata prima) fra musica e poesia, legate entrambe al senso del ritmo e in particolare la seconda a quel che chiamiamo metrica. Scriveva Massimo Mila: «Stante l'indissolubile unione di musica e poesia nell'antica Grecia, la storia della poesia è storia della musica …». Ma l'enjambement non è conseguenza diretta e necessaria della versificazione a canoni metrici. C'è chi si è preso la briga di verificare nel campionario antico greco e latino e risulta che ve ne è quasi una completa assenza e che si tratta più che altro di enjambement strofici (fra due strofe e non fra versi di una medesima strofa). In Saffo se ne contano 13 su 201 strofe. In Orazio, 76 su 282 strofe. In Italiano, Dante lo adotta nella Divina Commedia con molta parsimonia: sul totale dei versi ve n'è il 6% fra due versi e molti meno fra due terzine. Petrarca ne fa un uso contenuto, ed è anzi nel Cinquecento che abbonda proprio sotto l'intenzione di emanciparsi dal classicismo petrarchesco. Il Tasso ne stimava molto gli effetti e lo chiamava "inarcatura". Nel Seicento in Francia, invece, lo scrittore e critico Nicolas Boileau lo condanna e gli attribuisce la denominazione che è poi prevalsa. Quindi l'occorrenza diventa più assidua e meno discussa man mano che ci si avvicina all'età moderna e contemporanea e vengono variati e infine dissoluti i rigori metrici del ritmo. Fra le nostre maggiori e ravvicinate evidenze si può citare Leopardi, poi il Carducci della metrica barbara, quindi enjambement di ogni tipo nel Pascoli e infine una vera e propria farcitura in Pasolini. Ma da ultimo si deve dire di nuovo della poesia dal verso libero, nella quale l'enjambement è un comune cittadino non più sottoposto a sorveglianza. Esso dunque, come dicevo, non è un'anticaglia vincolata ineluttabilmente alla metrica. Deve nascere, perciò, da altre ragioni della poesia, deve nascere evidentemente dalle stesse spinte che presiedono l'intera formalizzazione poetica.

C'è chi lo vede come una figura retorica che serve a enfatizzare il "rigetto" (il resto dell'unità sintattica frazionata). Ma non è soltanto così: talvolta ciò che risulta esaltato è invece il componente semantico finale del verso superiore, altre volte la cesura conchiude i valori semantici sempre del verso superiore per la resa di un'immagine o di un'impressione che si compie senza il rigetto. E ancora, possono esservi motivi non di enfatizzazione ma di ambivalenza del rigetto, utile all'effetto di senso del verso successivo. Altri lo definiscono una "figura del ritmo", ma questa visione è astratta e circolare: l'enjambement avviene nel ritorno, il ritorno fonda che un verso sia e lì si compia il suo ritmo, ma poiché questo è per ogni ritorno, elevare a figura quello con enjambement significa solo sottolinearne la definizione. E sarebbe come assecondare per altra via l'obiezione dell'allieva: tornare a capo solo per rispettare il ritmo. Il verso invece, come dice Jean Cohen «non esiste che come rapporto di suono e di senso. Esso è dunque una struttura fono-semantica». Il ritorno perciò accade affinché sia creato quel rapporto, non soltanto il ritmo e ogni altra figura, e l'enjambement è un niente nell'essenza versale che fonda suono e senso.

Gli antichi sapienti, persiani, caldei, egizi, greci, sapevano bene dove fosse il senso; sapevano come tutto il mondo e la vita fossero polarità, ritmo, ciclo. Lo sentivano già essenziale nel respiro, tra il sorgere e il tramontare del Sole e nelle ricorrenze celesti della Luna e delle stelle. Il ritmo era la pulsazione che regola l'esistere e l'esistere si compiva nei cicli delle polarità. Il ritmo e il ciclo erano dunque innati, e le espressioni del cantore o del poeta, così profondamente immerse nei modi del sentire umano e nelle idee degli archetipi del mondo, trovarono il ritmo e il ciclo dentro la loro natura. Se dunque si riconosce alla poesia la facoltà di manifestare senso, il ciclo sarà il verso e ogni ciclo sarà tessuto di ritmo. La "figura" essenziale di un ciclo è il suo ritorno, e in tale figura assoluta l'enjambement soccombe come il nulla rispetto alla sostanza. Cioè, vi è da comprendere che nella formalizzazione poetica, le strategie ritmiche e quelle verbali, o specificando meglio, le strategie fonoarticolatorie (ritmo e fonetica) e semantiche si accordano tutte fra loro e se la intendono armoniosamente fra versi contigui e lontani. Ogni esito sintattico e ogni figura retorica o linguistica che ne risulta è la conseguenza di quell'intesa, risulta solo come conseguenza della comparazione fra poesia e lingua diretta, la qual cosa non riguarda la sostanza della poesia ma il punto di vista comparativo che la descrive. Vi è che il ritmo e la fonetica e la semantica, così come composti insieme in ciascun verso, producono i loro effetti, per questo l'importanza del "versus" è assoluta.

Comunque, durante la lezione cercai di dimostrare agli allievi che gli endecasillabi de "In morte del fratello Giovanni" erano stati scritti con parole e cesure scelte non soltanto perché intonavano un ritmo, ma anche perché producevano particolari impressioni, specificando che non intendevo con ciò esaurire tutte le impressioni possibili e negare quelle ulteriori avute da altri interpreti. Prendiamo la prima quartina. Lì vi sono tre enjambement (fra i vv. 1 / 2, 2 / 3, 3 / 4) senza i quali, ovvero senza il dovuto isolamento dei versi, per esempio: il v. 2 (/di gente in gente, mi vedrai seduto/) non renderebbe allo stesso modo l'impressione del fermarsi ("di gente in gente" > "seduto") dalla fuga (il precedente "fuggendo"); sarebbero anche inutili le corrispondenze foniche in "gen", che sottolineano il legame tra il fuggire e il fermarsi nei due versi distinti; il v. 3 non renderebbe allo stesso modo l'impressione del gemito doloroso perché duro come la pietra ("su la tua pietra" > "gemendo"). Poi, se le frasi "… fuggendo / di gente in gente,| mi vedrai seduto / su la tua pietra, o fratel mio,| gemendo / il fior de' tuoi gentili …" fossero lette in modo prosastico, senza le interruzioni dei ritorni a capo e con quelle di punteggiatura avverrebbe che: la prima sequenza di "g" sarebbe allitterazione e sopprimerebbe la successiva consonanza in "t", che sostiene l'impressione del v. 2; la sparizione della prima consonanza in "g" (divenuta allitterazione) e la mancanza di interruzione fra v. 1 e v. 2 non provocherebbe il richiamo esitato che sostiene l'effetto di dispersione di una fuga; la sparizione della menzionata consonanza in "t" si trasformerebbe in allitterazione in "t" di "seduto / su la tua pietra", sottraendo l'effetto di immagine del v. 3 (il duro gemito) a favore di quello dello stare seduto; l'assenza di rima fra il v. 1 e il v. 3 sottrarrebbe il richiamo fonetico che, nella sua stessa funzione delimitatrice, offre lo spazio sonoro agli effetti fin qui detti. E si potrebbe dire altro, molto altro.

Quindi concludo: il ritorno a capo stabilisce una regola intonativa che è un silenzio, una pausa, uno spazio vuoto di suono e di significato verbale, perciò un luogo dove alchemicamente avvengono gli effetti della virtù di ciascun verso.

 

Luigi Arista (Maggio 2008)

 

La pagina è dedicata alle concezioni
e ai principi critici della letteratura,
di carattere filosofico ed estetico,
retorico, scientifico, ermeneutico.
Qui esprimiamo anche la nostra
visione dell’arte letteraria, che
ripartendo dalla linguistica (dalla
semiologia) tende a una possibile
teoria spirituale e di critica animica.
Si accolcono interventi di chi abbia
ulteriori prospettive da proporre.

Archivio

Luigi Arista (a cura di)

da: "Sottovento" critica e scrittura

L'esperienza interiore e il ruolo del critico secondo Antonio Prete

Tutti i contenuti di questo sito sono regolati dalle leggi vigenti sui diritti di proprietà intellettuale e dell'ingegno.
E' vietata ogni riproduzione totale o parziale senza la nostra esplicita autorizzazione.

Home Il suono di
emeresi
Poesia
e Prosa
Teoria
letteraria
Ricerca
spirituale
Rubrica di
argomenti
Esperienze
ed eventi
I contatti
di emeresi
Editoriale Top Page