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I limiti logici ed emotivi nelle abitudini di lettura

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Laddove parlo dell'importanza del verso, del rispetto che si deve al ciclico silenzio di suono e di significato fra verso e verso, ho detto che l'ostacolo per una vera partecipazione alla poesia sta nella mentalità fortemente razionalista del nostro tempo. Ma per completare una visione generale dei problemi della lettura, tanto della poesia quanto della prosa, qui devo puntualizzare un concorso di causa, in apparente contraddizione col primo, costituito dall'esuberante piacere emotivo sempre del nostro tempo. Noi siamo razionalisti da un lato e, mi si passi il termine, emozionalisti dall'altro. La nostra natura interiore è bipolare e secondo molti pareri siamo sempre stati così, eppure a me sembra che l'uomo moderno viva una particolare dicotomia fra i due aspetti di questa sua natura. E fra le due cause non c'è contraddizione, anzi esse sono complementari; nell'atteggiamento comune verso l'arte letteraria (ma si può dire anche verso tutta l'arte) una è conseguenza dell'altra. Infatti il coinvolgimento emotivo dipende (noi lo facciamo dipendere, perché si potrebbe altrimenti) dalla comprensione del contenuto, e questo si afferra ovviamente seguendo la logica di un discorso, cioè i suoi riferimenti razionali, ovvero univoci e realistici a fatti, situazioni, caratteri, ambienti. Se il discorso è equivoco, o plurivoco, secondo una definizione moderna e pertinente del testo espressivo (di Galvano Della Volpe, Critica del gusto, 1960), la corrispondenza al contenuto del quale si possa immediatamente partecipare sfugge. Quindi il problema è, complessivamente, che andiamo sempre cercando con la logica i contenuti per emozionarci.
Sembra che le cose molto tempo fa fossero diverse, anche se non migliori, a parer mio, riguardo all'armonia delle tendenze. Ebbene, tramite una rapida ricostruzione storica qui si vuol prima mostrare che la situazione attuale si è prodotta sotto l'influenza della cultura borghese; poi si vuol sostenere che il cambiamento avvenuto, però, ha solo spostato i termini del problema, continuando a riprodurre una scissione che invece dovrebbe essere saldata.


La questione del coinvolgimento emotivo fa pensare alla storia dell'arte drammatica e alla discussione intorno ai suoi valori, ai suoi scopi e ai suoi effetti sullo spettatore, a partire da quel grande quesito filologico che fu la nascita della tragedia e dal concetto aristotelico della catarsi. E' inevitabile pensarci anche perché il dramma, in una sua componente essenziale e lungo diverse epoche, è stato letteratura, e perché fino a buona parte dell'età moderna il genere letterario veicolato dal teatro ha rappresentato più d'ogni altro quello destinato al vasto pubblico. In un discorso sul gusto comune e sulle comuni abitudini di lettura, appare perciò fin'anche un obbligo cominciare da lì.
E dunque, il precetto che Aristotele dètta insistentemente nella "Poetica", mentre disserta su natura e tecniche della tragedia, è che l'arte letteraria deve emozionare. Ma deve emozionare in vista della prospettiva catartica? L'antico fondatore della Logica su questo punto aggiunge troppo poco per chiarire, e anzi fa scaturire l'interrogativo. Agli approfondimenti, sia delle motivazioni intrinseche della tragedia, sia dell'ermetico cenno aristotelico, hanno partecipato non solo gli storici e i teorici di drammaturgia e di letteratura ma anche i filosofi e gli psicoanalisti, e non è per far torto a tanto ampio e qualificato pensiero, tuttavia, che ora ci si limiterà ad annotare solo qualche punto essenziale.
La forma canonica del dramma (dal greco drâma: azione) è una rappresentazione di azioni, e precisamente una mìmesis (imitazione) dell'agire di personaggi e non la narrazione di vicende, compito che il filosofo assegna alla Storia. Nel dramma tragico in particolare, superiore a quello satirico o commedia per funzione sociale e spessore dell'arte, i personaggi in gioco sono mitici e d'alto rango, dèi, re, principi ed eroi, all'epoca tutti profondamente significativi nella simbologia degli affetti umani e delle relazioni umane col trascendente. Possiamo quindi pur credere che assistere a quella mimesi, corredata anche di potenti fattori spettacolari (le maschere, il coro, la danza, l'assetto degli spazi teatrali e le posizioni degli attori), effettivamente procurasse il coinvolgimento emotivo. Ma poi, dice di essa Aristotele, "attraverso la pietà e la paura produce la purificazione di questi sentimenti" (Poetica, 1449b), cioè la catarsi (da kátharsis).
Effettivamente il significato di "kátharsis" è stato dedotto dagli scritti dei Sofisti come illuminazione, chiarificazione, purificazione delle passioni, e dunque ancora oggi l'idea prevalente sul senso e sull'effetto del dramma tragico è che da questo, quale rituale artistico, si sviluppi un fenomeno che contestualizza in un processo migliorativo della coscienza i suoi distinti aspetti, la partecipazione emotiva e lo scioglimento razionale degli impulsi passionali. Si è cercato di stabilire, da parte dei pensatori antichi, moderni e contemporanei dei quali dicevo, se tutto ciò avvenga grazie all'acme delle emozioni stesse, per un loro naturale ritiro nella vigile consapevolezza dopo lo sfogo, oppure in virtù dell'armonia delle forme (letterarie, scenografiche, coreografiche), che in ogni fenomeno artistico fanno compiere il magico passaggio dall'emozione alla calma contemplativa, oppure perché le passioni sono esternalizzate sulla scena teatrale e non vissute in proprio, permettendo così il distacco cosciente da esse, oppure ancora, con sfumatura leggermente diversa, grazie alla proiezione esterna delle generali tensioni esistenziali, che recupera l'equilibrio psichico e perciò le funzioni razionali. Le tesi filologiche e filosofiche costeggiano quelle scientifiche, ma quali che siano i motivi per cui si raggiunge la cosiddetta catarsi, l'unica cosa evidente è questa: essa sarebbe uno stato dove si esaurisce l'antagonismo emotivo alla razionalità.


Fin qui, è tutto quel che sinteticamente si può dire: la tragedia induceva l'emozione e in un secondo momento faceva pervenire al pacato controllo della ragione. E d'altra parte, prima degli incunaboli del romanticismo la drammaturgia non conosce delle sostanziali svolte circa il proprio senso di mimesi, comica o beffarda e tragica, della realtà. Vi sono invece trasformazioni che, dal secolo XVII in poi, accompagnano la progressiva presa di coscienza e l'ascesa culturale della classe borghese.
Com'è noto da altre storie dell'arte, delle letterature e delle concezioni estetiche, tali trasformazioni manifestano oscillazioni di tendenze fra le eredità del classicismo (prima greco e latino e poi un secondo classicismo umanistico e rinascimentale) e le istanze di modernità rivolte alle esigenze e al vissuto delle nuove classi sociali. Anzi è bene precisare che "i passaggi sono molto graduali e compositi, come sempre fra qualunque passato e qualunque futuro; e inoltre questi passaggi coinvolgono sovente anche il contrario di quelle situazioni anche nei momenti di loro spiccata prevalenza." (Riccardo Scrivano, Letteratura e conoscenza, Vol. II, 1988). Ma per spiegare è necessario fissare delle separazioni, purché non siano del tutto arbitrarie e tocchino in modo congruo i termini del discorso che si conduce. Per cui, lo scenario che qui si sta trattando può essere ulteriormente riassunto così. Verso la fine del Seicento due forme drammatiche principali caratterizzano il teatro europeo, la tragedia classica con le sue tematiche mitologiche ed eroiche, prediletta dalla nobiltà, e la commedia dell'arte, che degenerava spesso in comicità facile e volgare ma otteneva grande successo presso il ceto basso perché ne ritraeva la vita e i costumi. Poi, all'inizio del XVIII secolo la borghesia rafforza il suo potere politico ed economico e comincia a far sentire il suo peso culturale. Da essa emergeranno i nuovi ranghi intellettuali, che formuleranno il razionalismo illuminista e un'arte teatrale e letteraria realista, naturalista e animata da temi sociali. "Fra le molte definizioni che sono state date del Settecento una sembra essere, più delle altre, pertinente e caratterizzante: il Settecento è, per eccellenza, il secolo del teatro." (Riccardo Scrivano, cit.). Il secolo arcadico e illuminista, naturalista e neoclassico, durante il quale vengono gettati i presupposti di tutti i grandi cambiamenti successivi, è quello che avvicina maggiormente il teatro alla letteratura.
Dapprima si inserisce un terzo genere di dramma, la commedia lacrimosa, nato in Francia e dal quale Diderot prese le mosse per porre i fondamenti teorici del dramma serio, sia come veicolo di protesta politica (contro il classicismo tragico, perciò contro la nobiltà), sia come richiamo artistico alla verità dei costumi e alla realtà dei sentimenti. Nel frattempo una corrente patetica e sentimentale aveva investito anche il dramma e la letteratura inglesi, mentre in Italia si era inaugurata l'egida del melodramma, sui temi arcadici dell'amore e delle virtù, e della commedia goldoniana, attenta a rappresentare virtù e difetti degli uomini comuni. Tra la metà e la fine del secolo, il vero e proprio dramma borghese, vicino al dramma serio di Diderot, trova la sua più compiuta definizione e la sua più valida realizzazione in Germania, grazie soprattutto all'opera teorica e di pratica teatrale di Lessing (cfr. Cesare Molinari, Storia del teatro, 1996). Fuso con la corrente filantropica dell'illuminismo, il dramma borghese si fa carico della funzione educativa attribuita al teatro, la quale consiste principalmente nel promuovere la nobiltà del sentimento, garante della convivenza sociale, e l'uso della ragione come misura per la comprensione della realtà. Ovvero, nella finzione teatrale lo spettatore deve considerare la verità delle situazioni, che quand'anche non contingenti storicamente sono assolutamente rappresentative delle realtà umane, e deve vivere nel sentimento dei personaggi. Aristotele aveva prescritto: "… perché la tragedia non è imitazione di uomini, ma di azione e di vita. Non si agisce dunque per imitare i caratteri, ma si assumono i caratteri in dipendenza delle azioni […] Inoltre senza azione non può esservi tragedia, mentre senza caratteri potrebbe …" (Poetica, 1450a). Come si vede, invece, ora il dramma non è più una rappresentazione di azioni ma di storie, circostanze, e di caratteri degli uomini. Inoltre, da mimesi come realistica possibilità si avvia alla vera e propria descrizione della realtà; i protagonisti non sono più superuomini o particolari tipi umani ma comuni mortali, e nell'effetto sullo spettatore si introduce un'inversione rispetto al processo che nella tragedia si dice portasse dal coinvolgimento emotivo allo scioglimento razionale o illuminazione.
Una rottura ancora più marcata con il passato avviene attraverso il romanticismo, anch'esso composto da facce diverse e specifiche ma ben identificabile come fenomeno espanso all'intera Europa entro una serie di ispirazioni e atteggiamenti unificanti. Siamo in clima di lotta fra la borghesia che ha scalato le vette del potere politico e la nobiltà che tenta la restaurazione del vecchio regime. Sul fronte dei manifesti culturali, delle teorie dell'arte e della fattura letteraria dilagano la valorizzazione del sentimento (che amplifica la vena sentimentale di un Rousseau, singolare umanista avverso tanto alla tradizione quanto alle tendenze illuministe), la comprensione della realtà dall'interno delle circostanze concrete e non sulla base di rigidi inquadramenti razionalisti (che continua la critica all'ottimismo razionalistico da parte di un Voltaire, massimo esponente dell'illuminismo), un senso di instabilità e inquietudine, quello di una religiosità dell'uomo nel creato, un senso spiccato di individualismo e la rivalutazione della Storia. Vi è da dire che la saggezza conquistata da Goethe attraverso il dominio delle passioni sarebbe contraddizione interna del romanticismo, come lo sarebbe la riflessione del Manzoni sulla condotta morale dell'uomo. Il fatto è che il romanticismo e l'idealismo romantico aprono con decisione il vasto e variegato insieme di problemi che travagliano l'uomo e la sua storia individuale e sociale, che ha radici lontane, è affiorato nel secolo precedente e proseguirà nel futuro, nonostante l'apparente saldezza interiore e la fiducia nelle umane capacità di controllo della realtà assunte con il successivo positivismo.


In quel quadro, il teatro è ancora un genere centrale nelle preoccupazioni di rinnovamento culturale. A parte Goethe e Shiller nel trapasso di secolo e poi Byron, Hugo e Dumas, non vi corrisponde una altrettanto prolifera e apprezzabile produzione di testi, anzi spesso scadenti, ma l'affarismo borghese ne fa ugualmente il più frequentato intrattenimento alla moda dell'Ottocento, adattando alle nuove esigenze sceniche i grandi del passato, Shakespeare, Corneille, Molière, Racine, e imitando il melodramma (cfr. Cesare Molinari, cit.). E però nel frattempo sta accadendo qualcosa di saliente, che inciderà radicalmente sul futuro: la stasi letteraria della sceneggiatura teatrale corrisponde all'ascesa del "romanzo", che sebbene non subito con grandi tirature di stampa diventa il nuovo mezzo di larghissima diffusione popolare e rappresenta la trasformazione romantica del rapporto fra pubblico e letteratura. Ancora Goethe e Hugo, Stendhal, Balzac, Scott, Pusckin, Gogol', Manzoni, Nievo, non sono che pochi nomi per rappresentare tale trasformazione (cfr. Riccardo Scrivano, cit.).
Il romanzo ottocentesco possiede tratti simili a quelli di ciò che ormai è riconosciuto univocamente come il dramma, e in molti casi esemplari ne è la continuazione libresca ove si sono inseriti i motivi romantici: realismo storico, sociale e di situazione, tormento e desiderio di vita, sentimentalismo, introspezione psicologica, motivi tutti supportati da un notevole descrittivismo e spesso una fervida elaborazione dell'intreccio narrativo. Ejchenbaum, noto fra i padri dell'analisi formalista, evidenziando anche una ragione ulteriore del legame che qui si sta ponendo fra teatro e romanzo, così scriveva (Teoria della prosa, 1927, in I formalisti russi, a cura di Tzvetan Todorov, 1987): "Da questo materiale descrittivo dei costumi e della psicologia si sviluppa il nuovo romanzo dell'ottocento: il romanzo di Dickens, Balzac, Tolstoj, Dostoevskij. … Tipico d'un tale romanzo è l'ampio uso di descrizioni e caratterizzazioni, da un lato, e di dialoghi, dall'altro. Questi dialoghi si svolgono a volte come un semplice colloquio che o caratterizza mediante il dialogo i personaggi (Tolstoj) o è una forma dissimulata di narrazione e pertanto non ha in sé alcunché di "scenico"; a volte, invece, essi assumono una forma genuinamente drammatica, nel senso che non hanno tanto la funzione di caratterizzare i personaggi, quanto funzione di elementi dell'intreccio, e costituiscono quindi il fondamentale elemento costruttivo della forma."
Ebbene, a questo punto si instaura definitivamente anche il nuovo modo comune di leggere. La letteratura prevalentemente offerta e che incontra il prevalente gusto del lettore possiede caratteristiche espressive corrispondenti al realismo dell'epoca (ogni realismo è relativo al senso del verosimile della sua epoca). Essa è sorretta da un fondo ideologico e utilitaristico, come accade quasi sempre alle poetiche programmate con fini sociali e culturali. E' ovvero un'espressione, sovente minuziosa di particolari, concepita per una chiara comprensione dei contenuti che procuri il coinvolgimento del lettore nelle trame dei fatti e nei caratteri umani, ambientali e storici, immergendosi e sostando negli stati interiori. Nella specie della svolta romantica, anche la lettura del critico viene intesa come partecipazione agli effetti emotivi delle opere. Scrive Francesco Muzzioli (Le teorie della critica letteraria, 1994), dando conto seppur tra le parentesi di quel modo inadeguato di leggere che si vuole rintracciare in questo excursus: "L'immedesimazione e la commozione (proprio nel senso etimologico del 'muoversi insieme' a qualcuno) diventano i cardini dell'approccio al testo. Certo, sui modi della partecipazione i romantici si interrogano, ed offrono, come vedremo, risposte discordi, dando talora campo alla facoltà riflessiva, talaltra (in quella che sarà la versione del romanticismo deteriore, destinata ad entrare nel senso comune) affidandosi all'intensità del 'sentimento'." E dopo il romanticismo gli studiosi si interrogheranno ancor di più circa il nodo della partecipazione, ma il lettore comune non studia, non si interroga sugli scopi della lettura e sul suo modo di leggere.


Come dicevo entrando in tema, a mio avviso si può sostenere dalle osservazioni del costume, della cronaca, dell'evoluzione scientifica e tecnologica, della specializzazione settoriale delle competenze, della distribuzione dei tempi e delle abitudini di vita, che la separazione nell'uso delle risorse razionali e di quelle emotive nell'uomo di oggi sia più accentuata rispetto al passato e all'antichità. Nella civiltà e nell'organizzazione sociale odierne, le applicazioni pratiche quotidiane, lavorative e d'altro tipo, esigono un uso predominante di razionalità, e nei tempi di pausa e di rigenerazione si è spinti fortemente al godimento emotivo. Ovviamente si tratta di una rigenerazione che non recupera a un effettivo stato di benefico equilibrio. Ma così è, nonostante chi denuncia il paradosso e, tornando alla questione, si constata che al di là dell'espressione letteraria e delle sue qualità intrinseche, al di là di quel che si è scritto nell'Ottocento e nel secolo avvenire, in poesia come in prosa, la lezione generale passata attraverso il dramma borghese e il romanzo ottocentesco è una lettura che uniforma al contenuto e alla sua comprensibilità logica per coglierne col massimo profitto i risultati emozionali. Una lezione durata ben oltre un secolo, che ha fatto ottima presa anche sul lettore del Novecento (e sulle idee di molti scrittori, e dunque oggi la lezione, o l'induzione, ha superato due secoli), nonostante i pronunciamenti di validi artisti e teorici e nonostante i rivolgimenti avvenuti nella stessa produzione letteraria.
Ora, non si vuol negare un che di costruttivo nel paragonare, rapportare a se stessi, alla propria esperienza e alla propria coscienza le situazioni e i relativi stati d'animo, quando cala il sipario sulla pagina letta e ci si acquieta come dopo una contesa. Ma il problema è stato prima, nell'uso distinto e sfasato di ragione e sentimento durante la lettura, che ha impedito di cogliere altri effetti, gli effetti propriamente letterari. Il contenutismo, costituito da comprensione logica asservita all'emozione, è rimasto radicato nelle abitudini, dico di più, nelle convinzioni della lettura, a scapito di altre forme di sensibilità, della sensibilità alla parola in sé, al suo tono e al suo ritmo, alle sue provocazioni figurative, alla sua capacità di proiettare tra le impressioni che stanno oltre le definizioni delle cose. Certo, bisognerebbe trovare da leggere un materiale tale per cui questo potesse verificarsi, opere che possedessero letterarietà, che non è competenza né raffinatezza verbale bensì è la ragione artistica dell'espressione. Si può essere prodighi di parole, molto descrittivi e molto narrativi, senza produrre nulla di artistico, o invece anche da poche parole si può aprire la traccia del non detto, alla quale il lettore sensibile risponde muovendosi negli ampi spazi dell'immaginabile, antecedente la parola esplicita.
Questo fenomeno, il fenomeno artistico della letteratura, riguarda tanto la poesia quanto la prosa, e della prosa non intendo solo quella cosiddetta lirica, dove il tono è manifestamente versato alla poesia, ma intendo proprio anche quella narrativa. La plurivocità del discorso poetico (al quale Della Volpe assegnava la definizione che qui si è voluta dare per ogni generico testo espressivo) è insita nel costituente elementare dell'espressione, la parola, spostata in campi di significati diversi secondo le altre parole a cui s'accompagna, lo schema versale, eccetera, e che a sua volta apre i varchi di senso (ancora con Della Volpe, è il polisenso). Ma anche il racconto e il romanzo, anche la narrazione può essere plurivoca, lo può essere nei suoi elementi costruttivi, fabula, personaggi, intreccio, tempo e luoghi, battute, descrizioni, e ovviamente nello stile della scrittura. Tutti i costituenti di una prosa possono essere o contenere tropi, in modo diverso e per ragioni formali diverse possono suscitare ulteriorità di senso come la poesia. L'arte letteraria tutta solleva evocazione, moltiplicazione di significati, spostamenti concettuali, sovvenimento di latenze mentali, raccordo di immagini, novità metaforiche, impressione di inesplicabile congruità. E da questi fenomeni dell'arte si può ottenere una sorta di illuminazione, un effetto che corrisponde non tanto o non solo ai nodi dello stomaco e ai battiti del cuore ma anche o piuttosto a uno slegamento delle tensioni interne e al respiro, a uno stato dell'essere che sormonta il contenuto esplicito e la cui appagante sorpresa è nella sua appartenenza alle latitudini onnicomprensive di un vedere ulteriore.
Questa sarebbe la compiuta emozione, se così si potesse chiamare, della letteratura, oltre la frattura tra logica ed emozione. Forse una cosa migliore della catarsi, perché la dissidenza fra passione e ragione non vi si esaurisce, bensì non si presenta affatto.
Occorre superare la lettura drammatica, o contenutistica, con gli strumenti di un'altra disposizione. Bisogna partecipare al testo attraverso una sottile forma di percezione, appostata fra ragione ed emozione, situata cioè in un punto che ricomponga le due tendenze naturali originarie in una diversa facoltà di visione.


(Luigi Arista, Giugno 2008)

La pagina è dedicata alle concezioni
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di carattere filosofico ed estetico,
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